
All’interno del rapporto è infatti evidenziato che l'elettricità prodotta dal reattore coreano APR-1400, scelto recentemente da Abu Dhabi, costa la metà di quella prodotta dall'EPR da 1.600 MW francese: 2,2 – 3,1 eurocent/kWh per il reattore coreano, contro 4,2 – 7,3 eurocent/kWh per quello francese.
Il divario dei costi per ciascuna singola tecnologia è relativo al contesto industriale in cui i reattori vengono realizzati (ad esempio, per ragioni non dovute ad aspetti tecnici, in occidente i tempi di realizzazione vanno da 6 a 10 anni, in Cina da 4 a 5) e, soprattutto, al tasso di sconto vigente. Ma in ogni caso va fatta una prima osservazione generale, cioè il costo incredibilmente basso che in alcune circostanze il nucleare può raggiungere .
Dopo di che c’è da chiedersi perché i reattori coreani siano così vantaggiosi.
La risposta l’hanno data gli esperti dell’IEA e Luis Echavarri, direttore generale della NEA: perché i coreani non si confrontano con i vincoli autorizzativi dei Paesi occidentali e costruiscono in tempi più brevi. Inoltre hanno costi di manutenzione e di gestione più competitivi. Ma soprattutto perché sono gli unici a condurre un ampio programma nucleare con lo stesso reattore, e una cosa è costruire in serie, altro è costruire dei prototipi, come sta facendo la francese Areva.
E poi ci sono gli aspetti legati alla sicurezza. Che è una cosa che costa. Nel caso dell’EPR si è puntato alla sicurezza massima, sia per gli aspetti più strettamente tecnologici, sia per quelli più generali. È l’unico reattore, ad esempio, il cui progetto prevede un edificio di contenimento in grado di resistere all’impatto di un grande aereo di linea.
Siccome uno dei motivi fondamentali per cui l’Italia dovrebbe tornare con urgenza al nucleare è proprio quello economico, non ci stupirebbe se ora ci fosse qualcuno che cominciasse a dire che occorre fermarsi a riflettere, perché forse sarebbe meglio cambiare strategia e rivolgersi ai coreani invece che ai francesi. Ogni scusa è buona per rinviare, fermare, ostacolare. Ma ci andrebbe anche bene: parliamone. Purché sia chiaro di cosa stiamo parlando, visto che proprio il presunto rischio nucleare è il vessillo sventolato per dire no al nucleare.
Sui dati sopra riportati è però indispensabile riflettere, ma in relazione ai vincoli burocratici e amministrativi che legano il nostro sistema Paese. Non dimentichiamo che, agli inizi degli anni ’60, l’Italia è stata in grado di realizzare (dall’inizio dei lavori alla connessione in rete) la centrale nucleare di Latina in 4 anni e 7 mesi; quella del Garigliano in 4 anni e 3 mesi e quella di Trino Vercellese addirittura in 3 anni e 4 mesi. Ed erano prototipi di tre tecnologie diverse. Che peraltro sono state in servizio per decenni senza alcun problema.
