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mercoledì 17 marzo 2010

A proposito delle recenti polemiche sulla sicurezza dei reattori nucleari EPR

Sono stato sollecitato, con mail private da alcuni cortesi lettori (di cui, oltre alle mail che non pubblico, ho solo i nomi: Alessandro, Federico, Maria Vittoria) e da “anonimo” in un commento al mio precedente post, ad esprimere la mia posizione sul documento dell’associazione francese Sortir du Nucléaire a proposito della sicurezza dei reattori EPR.

In occasione della Conferenza sull’energia nucleare tenutasi la settimana scorsa a Parigi, Sortir du nucléaire ha prodotto un documento (consultabile qui in francese) in cui sostanzialmente si accusa la società Areva di aver progettato (e di esserne consapevole) dei reattori che, in particolari condizioni di esercizio, possono “esplodere” in modo analogo a quanto avvenuto a Chernobyl. L’accusa ha avuto notevole rilievo per un paio di giorni, poiché se ne è subito appropriata Greenpeace, rilanciandola a livello internazionale.

La notizia mi ha colpito quanto basta per obbligarmi ad approfondirla. Metteva infatti in dubbio tutte le mie conoscenze sul nucleare. Nel senso che, o io ho finora perso quasi 10 anni di studi specialistici sull’energia nucleare, non avendoci capito niente, oppure quelli di Sortir du nucléaire avevano preso una cantonata stellare. Per quanto ne so, infatti, qualsiasi accostamento degli EPR (e più in generale dei reattori ad acqua in pressione, sia occidentali sia russi) con la centrale di Chernobyl è semplicemente assurdo per tutte le ragioni possibili (concettuali, ingegneristiche, di fisica e altro).

Siccome la prima ipotesi (che abbia buttato 10 anni di studi) è ovviamente possibile, capirete il mio interesse nell’approfondire la cosa.

Al riguardo, nei limiti dello spazio di un post, posso dire che:

1.  in Francia la cosa ha sollevato appena un po’ di polvere. Che si è già ridepositata. E benché questa non sia una motivazione determinante in alcun senso, pure qualcosa vorrà dire, visto che i francesi convivono con 59 centrali nucleari in esercizio (concettualmente simili agli EPR) che in prospettiva saranno in gran parte sostituiti proprio con gli EPR

2. Sia Areva, sia Edf, che gli EPR dovrà poi gestire, hanno praticamente ignorato la cosa. La ragione (secondo un ingegnere nucleare mio amico, che sta facendo esperienza presso il reattore EPR in costruzione a Flamanville, e che ho contattato per chiedergli quali documenti di risposta Areva stesse preparando) è che il documento di Sortir du nucléaire non reggerebbe a 5 minuti di confronto tecnico con le autorità di sicurezza, e quindi non valeva la pena di dare ulteriore indiretto risalto ad una polemica solo strumentale

3. Comunque qualche intervento di risposta c’è stato. Personalmente ne ho trovati due (sul sito di L’Expansion.com, purtroppo entrambi solo in francese) che mi hanno del tutto rassicurato sulle opinioni che peraltro (da un punto di vista tecnico, dopo aver letto il documento di Sortir du nucléaire) mi ero già fatto da solo. Il primo documento è l’intervento Point sur la sûreté nucléaire de l'EPR di Hervé Nifenecker (uno scienziato piuttosto noto in Francia, soprattutto per la sua attività contro i cambiamenti climatici). In coda al documento citato c’è anche una risposta di Sortir du nucléaire.
Il secondo documento (Quelques éléments de compréhension de l’accident d’éjection de grappe dans l’EPR) è di Dominique Vignon, un tecnico davvero esperto (ex presidente di Framatome) che risponde punto per punto. E devo dire che Sortir du nucléaire non ne esce bene, in quanto Vignon ha buon gioco nel dimostrare che chi ha scritto il documento non aveva adeguate conoscenze né di neutronica, né di ingegneria nucleare, né di economia energetica (se avete un po' di dimestichezza con il francese, non è necessario che leggiate tutto il testo: è sufficiente vedere le parti evidenziate su fondo nero).

4. In conclusione il mio parere è che il documento di Sortir du nucléaire non è una cosa seria. Non solo non dimostra alcun rischio specifico degli EPR, ma dimostra, invece, l’accuratezza con cui l’industria nucleare si fa carico (per forza di cose) degli aspetti di sicurezza. Il punto è che nella progettazione di un reattore vengono presi in considerazione tutti i possibili rischi, anche quelli più assurdi. Ma bisogna essere davvero prevenuti per poi dire che i rischi sono reali per il solo fatto che il progettista li ha presi in considerazione. Della serie: se loro valutano questo rischio, vuol dire che questo rischio è reale. Anche quando poi l’analisi di quel rischio ha dimostrato che il rischio è inesistente. Come è esattamente il caso dell’incidente ipotizzato da Sortir du nucléaire.

Concludo ricordando che se in una centrale nucleare si rompe una qualsiasi valvola prima della sua sostituzione programmata, il gestore deve comunicare la cosa agli organismi di sicurezza sia nazionali, sia internazionali. E la segnalazione è pubblica. Siccome in una qualsiasi centrale nucleare oggi in servizio di valvole ce ne sono circa 20.000, che periodicamente se ne rompa qualcuna non è probabile: è sicuro. Considerare questo un incidente nucleare (come viene regolarmente fatto dagli antinuclearisti) non è obbligatorio: è facoltativo. L’unico criterio di valutazione, in tal senso, è solo la serietà con cui si vogliono vedere le cose.

lunedì 1 febbraio 2010

Il nucleare conviene. Per due ragioni, più una da valutare con attenzione

Ci sono due ragioni per cui il nucleare è senz’altro una opzione cui ricorrere. La lotta ai cambiamenti climatici e la possibilità di accrescere l’indipendenza energetica, riducendo le importazioni di combustibili fossili.
E poi c’è una terza ragione, anche questa a favore del nucleare. Ed è quella economica. Che però va valutata con attenzione, perché la sua convenienza non è scontata, ma dipende in gran parte dalla capacità del “sistema Paese” di saperla cogliere.

È questa la convinzione di Luigi De Paoli (nella foto), professore di economia dell’energia all’Università “Bocconi” di Milano, espressa in un recente intervento sulla Staffetta Quotidiana (agenzia quotidiana specializzata in energia, accessibile solo a pagamento).
Secondo De Paoli i favorevoli e gli oppositori al nucleare citano spesso cifre senza i necessari distinguo, senza l‘indispensabile chiarezza.

Nel mondo - afferma - sono in costruzione numerosi reattori, ma la maggior parte di essi in situazioni economiche e sociali (Russia, India e Cina) non confrontabili con la realtà italiana. Citare questi casi per confronti economici è quindi del tutto fuori luogo.

Un esempio che invece potrebbe essere paragonabile è quello della Corea del Sud, dove si stanno costruendo 6 nuovi reattori con costi piuttosto contenuti e notevoli indotti industriali e commerciali. Non a caso i coreani stanno vendendo tecnologia nucleare in numerosi Paesi e puntano a controllare una grande fetta del mercato mondiale.
Secondo il modello coreano – afferma De Paoli - la produzione di energia nucleare verrebbe a costare poco più di 4 centesimi di euro per kWh: un prezzo sicuramente conveniente per un Paese come l’Italia.

Tuttavia la situazione delle centrali che si stanno costruendo in Europa è diversa. I due reattori EPR che sono in costruzione in Finlandia e in Francia stanno infatti costando più del previsto a causa di difficoltà e ritardi. Le stime più attuali calcolano un costo finale che varia tra 5,5 e 6 eurocent/kWh. Che comunque è pur sempre inferiore al costo medio dell’elettricità italiana (circa 6,4 eurocent/kWh nel 2009), mentre il progettista Areva non ha tutti i torti ad affermare che gli attuali ritardi sono legati al fatto che i due reattori sono dei prototipi e dunque alla scarsa pratica degli ingegneri e delle aziende costruttrici. Due condizioni che a regime scompariranno.

Secondo De Paoli in definitiva il nucleare è comunque conveniente, ma il suo costo è anche un indicatore dell’efficienza di un sistema-Paese. Una prova particolarmente significativa per l’Italia, a suo parere. Ma, aggiungo io, dobbiamo davvero dare per scontato che non siamo in grado di confrontarci con i migliori e accettare una eterna subalternità?