domenica 28 marzo 2010

Piccole notizie, ma grande disinformazione

Mi sforzo di essere razionale. Ovviamente non posso essere io il giudice per stabilire se lo sono e nemmeno se ho gli strumenti culturali per esserlo. Però sono sicuro che mi sforzo di esserlo.
Per questo l’informazione ideologica mi fa letteralmente torcere le budella. Soprattutto quando a farla sono organi di informazione che pretendono di essere autorevoli e seri, che in campo giornalistico vorrebbe dire verifica delle fonti, confronto di dati, commenti basati su dati di fatto.

Beh! Oggi ho le budella del tutto attorcigliate. A causa di un paio di notiziole che, di per sé, sono robetta, niente di particolarmente significativo. Eppure proprio per questo a me sono sembrate il segno dell’ideologia più becera, quella cui non importa nulla di diventare addirittura stupida.
La prima notizia è sui ciliegi giapponesi. Che quest’anno (ho letto sull’Ansa, sul Corriere della Sera e sull’Unità, ma non so quanti altri giornali l’hanno riportata) sono fioriti – udite udite – con ben 6 giorni di anticipo rispetto allo scorso anno.
È questa la notizia? No, la notizia è che, secondo i giornali sopra citati, il motivo dello “straordinario” anticipo è l’effetto serra causato dall’uomo: «l'anticipo record di 6 giorni sul 2009 e di 13 giorni sulla media del dopoguerra la dice lunga sui cambiamenti climatici in atto» informa il Corriere. Senza peraltro precisare che tali cambiamenti climatici devono essere in corso da un bel po’ di tempo, visto che un anticipo simile della fioritura in Giappone si è già verificato nel 1955, 1959 e 1973. Come pure che, ovviamente, le fioriture non avvengono tutte lo stesso giorno alla stessa ora, ma con differenze di oltre un mese a seconda della zona, dell’altitudine e dell’andamento meteorologico (in Giappone la data ufficiale dell’evento è annunciata dai telegiornali per ciascuna singola località).
La seconda notizia l’ho letta su Repubblica di ieri, ma poi ho verificato che è stata data anche dalle agenzie Ansa e APcom e ripresa con evidenza da La Stampa e Il giornale (e chissà quanti altri: Beppe Grillo, ad esempio, nel suo blog ci è andato a nozze). Ed è questa: l’isola di New Moore, situata più o meno a un paio di km tra le coste dell’India e del Bangladesh, è sparita. «Inghiottita dal mare» titola Repubblica (che gli ha dedicato una intera pagina), precisando nel sommario: «Questi eventi sono legati al riscaldamento globale, alla crescita degli oceani e a catastrofi come gli uragani».

Sempre Repubblica mi ha informato che l’isola era alta sul mare circa 2 metri, e che il sollevamento del mare è di circa 3,5 mm l’anno: circa 10 cm negli ultimi 30 anni.
A quelli di Repubblica non gli è venuto il dubbio che 35 cm di sollevamento del mare dovrebbero avere qualche difficoltà a “inghiottire” un’isola alta 2 metri.
Possibile che non abbiano un po’ di senso critico? Un po’ di voglia di verificare quello di cui parlano? Possibile che è sufficiente che una notizia (anche una baggianata, come in questo caso) sia appena un po’ funzionale alla propria ideologia per darla con la massima evidenza (ripeto: gli hanno dedicato una intera pagina!) fregandosene se così fanno solo allarmismo, senza nessun distinguo, senza far vedere nessuna luce in fondo al tunnel?

A me invece il dubbio è venuto, e così ho scoperto (peraltro molto facilmente) che quella di News Moore era un’isola solo in senso tecnico, cioè di terra circondata dal mare. In realtà si trattava di un agglomerato di terriccio e sabbia formatosi dai detriti depositati dalle intricatissime correnti del grande delta del Gange, in una zona in cui gli isolotti di sabbia vanno e vengono con regolarità. New Moore si era formata agli inizi degli anni ’70 e, da isolotto, era poi cresciuta parecchio (circa 10 km quadrati) senza però mai stabilizzarsi e in via di lenta “sparizione” (erosione) da almeno un decennio. Niente a che vedere con i cambiamenti climatici.

Non sono sicuro che i giornali abbiano il pieno diritto di sostenere le loro tesi e/o ideologie (a parte quelli che lo fanno in modo esplicito, tipo l’Unità) invece di limitarsi a fare informazione . Però lo fanno. Ma quanti lettori hanno abbastanza competenze tecniche sugli aspetti ambientali per fare le opportune valutazioni? In questo senso credo fermamente che anche notiziole come queste, date in questo modo, costituiscano una grave forma di disinformazione da contrastare in ogni modo.

sabato 27 marzo 2010

La convenienza dei reattori coreani e i vincoli burocratici occidentali

L’International Energy Agency (IEA) e la Nuclear Energy Agency (NEA) hanno realizzato uno studio (Projected Costs of Generating Electricity) che mette a confronto il costo del kWh elettrico prodotto da nucleare, carbone, gas ed eolico on-shore, con riferimenti anche al fotovoltaico e alla cattura e sequestro della CO2.  Lettura di grande interesse: nella pagina linkata sopra è contenuto un ampio sommario (in inglese), che però non tratta dell’argomento di questo post. Il rapporto infatti (e quindi la sintesi) è incentrato sul paragone tra le varie tecnologie, mentre a noi, qui, interessa un punto particolare non evidenziato nella sintesi, cioè il confronto del costo del kWh prodotto dai reattori nucleari coreani e quelli EPR francesi.

All’interno del rapporto è infatti evidenziato che l'elettricità prodotta dal reattore coreano APR-1400, scelto recentemente da Abu Dhabi, costa la metà di quella prodotta dall'EPR da 1.600 MW francese: 2,2 – 3,1 eurocent/kWh per il reattore coreano, contro 4,2 – 7,3 eurocent/kWh per quello francese.

Il divario dei costi per ciascuna singola tecnologia è relativo al contesto industriale in cui i reattori vengono realizzati (ad esempio, per ragioni non dovute ad aspetti tecnici, in occidente i tempi di realizzazione vanno da 6 a 10 anni, in Cina da 4 a 5) e, soprattutto, al tasso di sconto vigente. Ma in ogni caso va fatta una prima osservazione generale, cioè il costo incredibilmente basso che in alcune circostanze il nucleare può raggiungere .

Dopo di che c’è da chiedersi perché i reattori coreani siano così vantaggiosi.
La risposta l’hanno data gli esperti dell’IEA e Luis Echavarri, direttore generale della NEA: perché i coreani non si confrontano con i vincoli autorizzativi dei Paesi occidentali e costruiscono in tempi più brevi. Inoltre hanno costi di manutenzione e di gestione più competitivi. Ma soprattutto perché sono gli unici a condurre un ampio programma nucleare con lo stesso reattore, e una cosa è costruire in serie, altro è costruire dei prototipi, come sta facendo la francese Areva.

E poi ci sono gli aspetti legati alla sicurezza. Che è una cosa che costa. Nel caso dell’EPR si è puntato alla sicurezza massima, sia per gli aspetti più strettamente tecnologici, sia per quelli più generali. È l’unico reattore, ad esempio, il cui progetto prevede un edificio di contenimento in grado di resistere all’impatto di un grande aereo di linea.

Siccome uno dei motivi fondamentali per cui l’Italia dovrebbe tornare con urgenza al nucleare è proprio quello economico, non ci stupirebbe se ora ci fosse qualcuno che cominciasse a dire che occorre fermarsi a riflettere, perché forse sarebbe meglio cambiare strategia e rivolgersi ai coreani invece che ai francesi. Ogni scusa è buona per rinviare, fermare, ostacolare. Ma ci andrebbe anche bene: parliamone. Purché sia chiaro di cosa stiamo parlando, visto che proprio il presunto rischio nucleare è il vessillo sventolato per dire no al nucleare.
Sui dati sopra riportati è però indispensabile riflettere, ma in relazione ai vincoli burocratici e amministrativi che legano il nostro sistema Paese. Non dimentichiamo che, agli inizi degli anni ’60, l’Italia è stata in grado di realizzare (dall’inizio dei lavori alla connessione in rete) la centrale nucleare di Latina in 4 anni e 7 mesi; quella del Garigliano in 4 anni e 3 mesi e quella di Trino Vercellese addirittura in 3 anni e 4 mesi. Ed erano prototipi di tre tecnologie diverse. Che peraltro sono state in servizio per decenni senza alcun problema.

lunedì 22 marzo 2010

Filonucleari in fondo a sinistra

Parlando con amici, colleghi e qualche politico noto con piacere (ma anche con molte perplessità di metodo) che, sotto sotto, anche a sinistra sono molti ad essere convinti della necessità dell’energia nucleare in Italia.
Inevitabilmente, per ora, la parola d’ordine è fare politica per guadagnare consensi, contrastando il Governo praticamente su tutto, ma soprattutto sugli aspetti ritenuti di maggior presa sull’opinione pubblica.
Quindi: no al nucleare in linea di principio e certamente mai e poi mai nel nostro Comune, nella nostra Provincia, nella nostra Regione.
Tuttavia, ripeto, constato che sono in molti a ritenere che si tratti di una necessaria posizione strumentale, perché (sento dire sottovoce) in realtà … a ben vedere … se si tiene conto della situazione energetica generale … insomma, forse il discorso nucleare lo dovremo riprendere.

E come? – chiedo io – dopo questo popò di campagna antinucleare?

E qui cade l’asino, perché la soluzione non viene immediata. Ci si limita a qualche “vedremo”.
Comunque, a rafforzare la mia constatazione che una cosa è l’antinuclearismo preelettorale, altro sono le convinzioni reali, cito un articolo se non proprio filonucleare, per lo meno molto possibilista che ho trovato dove proprio non me l’aspettavo, cioè in ambienti della sinistra meno integrata. Come almeno giudico Rinascita, che nella testata si definisce “quotidiano di sinistra nazionale”. E poi ancora, nella migliore tradizione della sinistra radicale (dove le idee non sempre sono del tutto chiare), si definisce ancora, nel proprio manifesto programmatico, “L'unico quotidiano italiano, fuori dalla massa, che ha il coraggio di dire le cose come stanno realmente, senza trincerarsi dietro un politicamente corretto che distorce ad arte la realtà. Libero da una informazione univoca mediatica di stampo ed interesse filoamericano, Rinascita è apartitico e laico, lontano da interessi politici di destra e di sinistra e da gruppi ed ambienti ad essi legati”.
Riporto qui la parte conclusiva dell’articolo Una nuova era mondiale per il nucleare  pubblicato da Rinascita l’8 marzo.

«Resta il fatto che l’Italia non si può permettere di rimanere esclusa da uno sviluppo del nucleare, sia dal punto di vista della realizzazione pratica che da quello teorico. Non possiamo rinunciare ad essere esclusi dalla disponibilità dell’utilizzo di una tecnologia che avrà enormi ricadute su tutto il nostro apparato industriale. E allo stesso tempo non possiamo rinunciare a far crescere quadri di ingegneri e tecnici specializzati capaci di gestire il nucleare di “terza generazione” e di preparare, quando sarà, la nascita di quello di “quarta generazione”, basato sulla fusione nucleare, quindi sull’idrogeno, un’energia pulita e inesauribile».

la foto è tratta da http://italianimbecilli.blogspot.com/

mercoledì 17 marzo 2010

A proposito delle recenti polemiche sulla sicurezza dei reattori nucleari EPR

Sono stato sollecitato, con mail private da alcuni cortesi lettori (di cui, oltre alle mail che non pubblico, ho solo i nomi: Alessandro, Federico, Maria Vittoria) e da “anonimo” in un commento al mio precedente post, ad esprimere la mia posizione sul documento dell’associazione francese Sortir du Nucléaire a proposito della sicurezza dei reattori EPR.

In occasione della Conferenza sull’energia nucleare tenutasi la settimana scorsa a Parigi, Sortir du nucléaire ha prodotto un documento (consultabile qui in francese) in cui sostanzialmente si accusa la società Areva di aver progettato (e di esserne consapevole) dei reattori che, in particolari condizioni di esercizio, possono “esplodere” in modo analogo a quanto avvenuto a Chernobyl. L’accusa ha avuto notevole rilievo per un paio di giorni, poiché se ne è subito appropriata Greenpeace, rilanciandola a livello internazionale.

La notizia mi ha colpito quanto basta per obbligarmi ad approfondirla. Metteva infatti in dubbio tutte le mie conoscenze sul nucleare. Nel senso che, o io ho finora perso quasi 10 anni di studi specialistici sull’energia nucleare, non avendoci capito niente, oppure quelli di Sortir du nucléaire avevano preso una cantonata stellare. Per quanto ne so, infatti, qualsiasi accostamento degli EPR (e più in generale dei reattori ad acqua in pressione, sia occidentali sia russi) con la centrale di Chernobyl è semplicemente assurdo per tutte le ragioni possibili (concettuali, ingegneristiche, di fisica e altro).

Siccome la prima ipotesi (che abbia buttato 10 anni di studi) è ovviamente possibile, capirete il mio interesse nell’approfondire la cosa.

Al riguardo, nei limiti dello spazio di un post, posso dire che:

1.  in Francia la cosa ha sollevato appena un po’ di polvere. Che si è già ridepositata. E benché questa non sia una motivazione determinante in alcun senso, pure qualcosa vorrà dire, visto che i francesi convivono con 59 centrali nucleari in esercizio (concettualmente simili agli EPR) che in prospettiva saranno in gran parte sostituiti proprio con gli EPR

2. Sia Areva, sia Edf, che gli EPR dovrà poi gestire, hanno praticamente ignorato la cosa. La ragione (secondo un ingegnere nucleare mio amico, che sta facendo esperienza presso il reattore EPR in costruzione a Flamanville, e che ho contattato per chiedergli quali documenti di risposta Areva stesse preparando) è che il documento di Sortir du nucléaire non reggerebbe a 5 minuti di confronto tecnico con le autorità di sicurezza, e quindi non valeva la pena di dare ulteriore indiretto risalto ad una polemica solo strumentale

3. Comunque qualche intervento di risposta c’è stato. Personalmente ne ho trovati due (sul sito di L’Expansion.com, purtroppo entrambi solo in francese) che mi hanno del tutto rassicurato sulle opinioni che peraltro (da un punto di vista tecnico, dopo aver letto il documento di Sortir du nucléaire) mi ero già fatto da solo. Il primo documento è l’intervento Point sur la sûreté nucléaire de l'EPR di Hervé Nifenecker (uno scienziato piuttosto noto in Francia, soprattutto per la sua attività contro i cambiamenti climatici). In coda al documento citato c’è anche una risposta di Sortir du nucléaire.
Il secondo documento (Quelques éléments de compréhension de l’accident d’éjection de grappe dans l’EPR) è di Dominique Vignon, un tecnico davvero esperto (ex presidente di Framatome) che risponde punto per punto. E devo dire che Sortir du nucléaire non ne esce bene, in quanto Vignon ha buon gioco nel dimostrare che chi ha scritto il documento non aveva adeguate conoscenze né di neutronica, né di ingegneria nucleare, né di economia energetica (se avete un po' di dimestichezza con il francese, non è necessario che leggiate tutto il testo: è sufficiente vedere le parti evidenziate su fondo nero).

4. In conclusione il mio parere è che il documento di Sortir du nucléaire non è una cosa seria. Non solo non dimostra alcun rischio specifico degli EPR, ma dimostra, invece, l’accuratezza con cui l’industria nucleare si fa carico (per forza di cose) degli aspetti di sicurezza. Il punto è che nella progettazione di un reattore vengono presi in considerazione tutti i possibili rischi, anche quelli più assurdi. Ma bisogna essere davvero prevenuti per poi dire che i rischi sono reali per il solo fatto che il progettista li ha presi in considerazione. Della serie: se loro valutano questo rischio, vuol dire che questo rischio è reale. Anche quando poi l’analisi di quel rischio ha dimostrato che il rischio è inesistente. Come è esattamente il caso dell’incidente ipotizzato da Sortir du nucléaire.

Concludo ricordando che se in una centrale nucleare si rompe una qualsiasi valvola prima della sua sostituzione programmata, il gestore deve comunicare la cosa agli organismi di sicurezza sia nazionali, sia internazionali. E la segnalazione è pubblica. Siccome in una qualsiasi centrale nucleare oggi in servizio di valvole ce ne sono circa 20.000, che periodicamente se ne rompa qualcuna non è probabile: è sicuro. Considerare questo un incidente nucleare (come viene regolarmente fatto dagli antinuclearisti) non è obbligatorio: è facoltativo. L’unico criterio di valutazione, in tal senso, è solo la serietà con cui si vogliono vedere le cose.

Impianti di terza generazione e costi del kWh

Modesto consiglio di lettura. Una breve scheda sugli Impianti nucleari di III generazione, realizzata dall’ENEA e che ho trovato  sul sito NuclearNews.it.
Scheda sintetica ma di lettura non facile, perché molto tecnica e con eccesso di termini in inglese.
Ad esempio ci troverete informazioni sui costi O&M, senza che nessuno vi spieghi che cavolo siano gli O&M (Operation and Maintenance, cioè tutte le operazioni di conduzione e gestione di un impianto), oppure frasi tipo «il costo di capitale overnight livellato sulle prime 4 unità e comprensivo delle penalizzazioni first-of-a-kind (FOAK)» che onestamente non mi sembra di facilissima interpretazione per un non addetto ai lavori. E purtroppo potrei continuare con molti altri esempi.

Tuttavia ne consiglio caldamente la lettura, perché, con un po’ di sforzo, offre un’idea sufficientemente adeguata sulla complessità dei discorsi che riguardano l’energia nucleare, nonché molte informazioni per comprendere alcuni aspetti tecnici che non possono essere ignorati nel dibattito nucleare.

Di rilievo, a mio avviso, soprattutto le tabelline dell’ultima pagina, ove chi ha voglia di farsi due conti può scoprire dati esatti sulla produzione dei rifiuti di bassa, media e alta attività, sull’occupazione di terreno, sulle quantità dei diversi materiali utilizzati, sui costi dell’energia prodotta (sia in dettaglio, sia aggregati) e altro ancora.

Cito solo il dato sui costi del kWh prodotto, che è valutato tra 5,5 e 7,8 centesimi di dollaro (3,9 – 5,7 centesimi di euro) tutto compreso, inteso, cioè, come costo medio dell’elettricità prodotta comprensivo di costi di capitale, interessi passivi, esercizio, manutenzione, combustibile, trattamento rifiuti e decommissioning finale attualizzato alla data di inizio esercizio della centrale.

La variabilità del costo è legata alla valutazione dell'investimento capitale per la costruzione dell’impianto, che varia da 2 a 3,2 milioni di dollari per MW installato (1,5 – 2,3 milioni di euro) per gli impianti a regime, non per i prototipi come gli EPR in costruzione a Olkiluoto in Finlandia o a Flamanville in Francia.

In ogni caso è evidente la competitività del nucleare, con costi che - ripeto - prevedono anche il trattamento dei rifiuti e il decommissiong finale.

sabato 13 marzo 2010

Si può essere intelligenti e filonucleari anche a sinistra. Come Margherita Hack

Che vi devo dire. A me la Hack piace. Sarà perchè sorride sempre, sarà perchè è consapevole che il tempo passa per tutti e sa accettarlo, sarà perchè non l'ho mai sentita dire una cosa non condivisibile, a me la Margherita astrofisica nazionale piace davvero.
Anche in questi giorni, con le elezioni regionali che la vedono candidata della Federazione della Sinistra, non si smentisce.

Quelli della Federazione della Sinistra rappresentano il movimento più antinucleare. Ed è ovvio che si lustrino l'immagine ricordando ad ogni piè sospinto che le loro liste annoverano la Hack.
Finora sono riusciti a non dire mai esplicitamente che anche lei condivide le posizioni antinucleari, ma sotto sotto ci provano.
Guardate le loro dichiarazioni. Cominciano quasi sempre con l'annuncio che «sarà l'astrofisica Margherita Hack a guidare la lista dei candidati della Federazione della Sinistra nel Lazio alle prossime regionali», poi passano ad altro, sempre precisando, però, che la Federazione ha sottoscritto con la Bonino un accordo «su alcuni punti programmatici condivisi, tra i quali il no al nucleare». Dal che si potrebbe dedurre che anche la Hack si è convertita a questa fede.

Invece, lei rimane la persona intelligente che è. Nelle sue dichiarazioni politiche parla di necessità di difendere la Costituzione, di moralità politica, di sostegno ai lavoratori e molto alto. Mai di nucleare, come è giusto che faccia per non dare adito a polemiche strumentali e per disciplina politica in questo momento preelettorale. Ma tutte le volte che deve rispondere a domande dirette (Si o no al nucleare?) non si tira indietro e continua a ripetere che «La soluzione dei problemi energetici italiani non può prescindere dalla costruzione delle centrali nucleari».

Perchè allora l'impegno in una lista antinucleare? Perchè la Hack è scevra da posizioni ideologiche e - giustamente - ritiene che un singolo argomento non debba condizionare tutte le convinzioni politiche. Si può essere di sinistra e filonucleari. Anzi - aggiungo io - proprio a sinistra si dovrebbe essere maggiormente filonucleari, come una persona per bene, informata e intelligente qual è la Hack dimostra.

Potete facilmente trovare in rete le più recenti dichiarazioni filonucleari di Margherita.
Qui sotto riporto una sua dichiarazione del settembre 2008, che è un pochino più articolata, pur rimanendo non un testo ponderato a lungo, ma una veloce dichiarazione verbale.

«Penso che l’apertura delle centrali nucleari in Italia sia una vera e propria necessità. È da parecchio tempo, infatti, che compriamo l’energia nucleare dalla Francia e dalla Slovenia. Se dovesse verificarsi un incidente nucleare in una zona confinante con l’Italia, saremmo i primi a subirne le conseguenze: siamo quindi soggetti agli stessi rischi che corrono i Paesi che producono questo tipo di energia, ma dobbiamo pagare per ottenerla. C’è da dire, poi, che le centrali nucleari di oggi sono molto più sicure di quelle di una volta: in una centrale moderna, un incidente potrebbe verificarsi solo a causa di una disattenzione umana e non certo a causa di guasti nell’impianto, riducendo molto le possibilità di rischio effettivo.
«Il nucleare, quindi, è una necessità, non c’è via di scampo. Il petrolio, infatti, va esaurendosi, mentre le energie rinnovabili possono dare un contributo enorme, ma non sufficiente a soddisfare tutti i nostri bisogni… a meno, naturalmente, che non accettiamo di ridurre il consumo di energia, modificando il nostro modo di vivere attuale.

«Certo, il nucleare dà vita al problema delle scorie: queste ultime possono impiegare migliaia e migliaia di anni prima di perdere del tutto la loro radioattività e quindi vengono sotterrate in profonde miniere. A questo proposito, mi sembra di aver letto che il maggior esperto in proposito, Carlo Rubbia, ha suggerito l’utilizzo del torio o di altri minerali radioattivi caratterizzati da una vita media molto più breve di quella dell’uranio, che è di qualche miliardo d’anni. L’utilizzo del nucleare, però, dovrebbe senz’altro essere accompagnato da un netto incremento del ricorso alle energie alternative! Le energie eoliche si sfruttano ancora troppo poco, ma quello su cui si dovrebbe puntare in Italia è senza dubbio l’energia solare. Bisognerebbe prendere esempio dalla Svezia, che la utilizza molto più di noi! L’utilizzazione in massa dei pannelli solari darebbe un grosso contributo per risolvere il problema del riscaldamento e dell’acqua calda. Secondo me, come per legge tutti i nuovi edifici devono avere un certo numero di posti macchina, così, sempre per legge, dovrebbero disporre obbligatoriamente anche di pannelli solari.

«Ci tengo a sottolineare, infine, che ognuno di noi, nel suo piccolo, può contribuire a non aggravare il problema energetico con qualche piccola attenzione nella vita di ogni giorno. Io ci tengo molto al risparmio energetico: ho solo lampadine a basso consumo e faccio lavatrici a pieno carico. L’energia si può risparmiare a partire da qualche accortezza in casa. Bisognerebbe fare la raccolta differenziata e spegnere le luci quando non servono. Si dovrebbe stare attenti non riscaldare in maniera eccessiva la casa: durante l’inverno, diciotto gradi sono più che sufficienti per stare bene! Si potrebbe limitare un po’ l’abuso di tanti elettrodomestici che si utilizzano in continuazione. Se si deve sostituire un frigorifero si dovrebbe sceglierne uno nuovo a basso consumo e magari bisognerebbe stare attenti ad usare le lavatrici di notte, in modo da ridurre un po’ l’affollamento. Insomma, si dovrebbe utilizzare l’energia solo quando serve: è nell’interesse di tutti».

mercoledì 10 marzo 2010

Abissale il divario di costo tra nucleare e fotovoltaico

Ho letto con grande interesse un post su Enerblog (Sicuri che non si possano spendere meglio i soldi che si stanno buttando sul fotovoltaico?) che mi permetto di consigliare a tutti.

In particolare mi hanno lasciato di stucco i dati sui costi del fotovoltaico che quelli di Enerblog hanno sintetizzato da fonti ufficiali (Autorità Energia e Ministero Sviluppo Economico).
Si parla di circa 66 miliardi di euro nei prossimi 20 anni per sovvenzionare 4.450 MW fotovoltaici (i 1.200 MW che abbiamo quasi finito di realizzare, più gli altri 3.350 MW che sono programmati per il triennio 2011-2013).
Il tutto per una produzione di energia che è la metà di quella di una centrale nucleare da 1.600 MW, il cui costo Enerblog stima, in 20 anni, a circa 14 miliardi di euro.

Ho provato a verificare i conti fatti da Enerblog è devo dire che per il fotovoltaico più o meno mi tornano, miliardo più miliardo meno, a seconda di quanto si stima per gli investimenti di installazione nei prossimi tre anni.

Per il nucleare, su 20 anni ipotizzarei una spesa un po' maggiore (19 miliardi), perchè oltre al combustibile credo vadano aggiunti i costi di gestione e di accantonamento per il decommissiong, che ora sono previsti per tuta la vita dell'impianto, in modo che alla fine non ci siano spese aggiuntive.
Ma anche così il divario è abissale. Tenuto conto che la produzione di energia di 1.600 MW nucleari è più del doppio di 4.450 MW fotovoltaici, il costo del kWh fotovoltaico su 20 anni risulta quasi 7 volte superiore a quello del kWh nucleare!!

Aggiungerei che il fatto che l'Autorità per l'Energia ha cominciato a sottolineare sempre i costi previsti degli incentivi fotovoltaici è, a mio avviso, una sorta di allarme che l'Autorità sta lanciando. Come Autorità non può certo permettersi di dire chiaramente ai politici che stanno buttando i soldi al vento, ma sotto sotto lo sta facendo, per chi ha voglia di capire.

lunedì 8 marzo 2010

A proposito di GreenPeace e di informazione sul nucleare

Torno sul tema dell’informazione energetica, perché la pubblica accusa fatta nei giorni scorsi da Patrick Moore a GreenPeace (associazione di cui è stato uno dei fondatori) e al movimento ambientalista in genere è rilevante. E non per il giudizio espresso, che è singolarmente duro, ma, purtroppo, perché è vero.
Ha affermato Moore nella conferenza presso l’auditorium Enel di Roma cui ho assistito: «Ho lasciato Greenpeace perché a un certo punto ha abbandonato la scienza e la logica. Fino a quando si trattava di salvare le balene era semplice decidere cosa fare, ma oggi l’organizzazione ha scelto la via della disinformazione, del sensazionalismo e della paura. Le loro posizioni sono spesso contrarie per partito preso: dicono no al nucleare che potrebbe diminuire l’inquinamento e no agli Ogm che potrebbe mettere fine alla fame nel mondo. Insomma per loro il mondo starebbe meglio se non ci fossero uomini».

A rafforzare la sua affermazione Moore ha raccontato perché nel 1985 ha lasciato GreenPeace. Questa, più o meno la storia come l’ha raccontata (la metto tra virgolette, ma è la mia sintesi di quanto da lui detto): «Del gruppo dei fondatori di GreenPeace ero l’unico con una formazione scientifica e che cercava di ragionare in modo scientifico. A quei tempi i vertici di GreenPeace decisero che occorreva fare una campagna internazionale contro quello che a loro sembrava un eccessivo uso del cloro nel mondo. Feci presente che il cloro è una molecola naturalmente presente nell’ambiente è che è indispensabile per la disinfezione dell’acqua oltre che per molte altre cose relative alla salute. Li avvisai anche dei pericoli insiti nell’allarmismo che avrebbe creato una campagna contro la clorizzazione dell’acqua, e soprattutto sul micidiale rischio di non clorare l’acqua in molti Paesi, ma non mi dettero retta. Per loro il cloro era un prodotto chimico che doveva essere ridotto, punto e basta. A me sembrava una vera follia e, così, decisi di andarmene».

Questo esempio è davvero illuminante, perché solo un pazzo, nel mondo attuale, potrebbe pensare a ridurre il cloro per la disinfezione delle acque potabili. Eppure GreenPeace portò avanti la sua campagna anticloro, peraltro con qualche successo. Il Governo peruviano, ad esempio, gli diede retta, e all’inizio degli anni ’90 quasi eliminò la clorazione dell’acqua potabile. Il risultato fu circa 800 mila casi di colera in Perù nel periodo 1991-1996, con oltre 6.000 morti.

È difficile non condividere l’accusa di Moore sul fatto che quelli di GreenPeace stiano diventando dei bravi alunni del consumismo televisivo, basato sul sensazionalismo, sull’allarmismo e sulla paura, il tutto dinamicamente mixato in un contenitore che a me puzza molto di totalitarismo ideologico (il dinamismo è fondamentale per GreenPeace: a chi cavalca le onde, scala ciminiere e fa paracadutismo è richiesta l’azione, non il pensiero!).
Oggi un gruppo di frustratissimi antinucleari francesi, denominati “Uscire dal nucleare”, ha pubblicato un documento in cui denuncia che i reattori nucleari di ultima generazione corrono il rischio di esplodere. E ovviamente GreenPeace è subito intervenuta dichiarando che «le centrali Epr, le stesse che si progetta di costruire in Italia, potrebbero essere pericolose quanto quella tristemente famosa di Cernobyl, perché sottoposte al rischio di analoghi incidenti».
E se volete sapere cosa intendo con comunicazione della paura, andatevi a vedere il mini sito “nuclear lifestyle”, ove GreenPeace si diverte con teschi in versione radioattiva che urlano, informazioni sulle “centinaia di migliaia di vittime” causate da Chernobyl e un intero decalogo basato su informazioni false o fuori contesto. Non una riga di approfondimento su niente.

Vi sembro prevenuto e incazzato contro questo tipo di informazione? Beh! Prevenuto, vi assicuro, no. Io li leggo i documenti di GreenPeace, conosco diversi attivisti e ci parlo, e mi sforzo davvero di tentare di capire il loro punto di vista. Incazzato invece si, e molto. E non solo perchè non conosco un solo attivista di GreenPeace che abbia letto un libro pro nucleare, tanto per capire. Ma perché credo che si stiano comportando verso l’ambiente nello stesso modo populista, demagogico e privo di spirito civico che Berlusconi usa verso il diritto e la democrazia. Causando, alla lunga, un danno incalcolabile. E questo a me, da democratico seriamente preoccupato per le sorti dell’ambiente, fa davvero incazzare.

venerdì 5 marzo 2010

La rincorsa del nucleare nel bel Paese in declino

Sono stato tra quelli che oggi pomeriggio è andato a sentire la conferenza sul nucleare tenuta da Patrick Moore all’auditorium Enel di Roma.
Sapevo più o meno cosa avrebbe detto, ma ero curioso dei dettagli, in particolare in merito alla sua posizione di ex ambientalista d’assalto.
Oggi Greenpeace si spertica con fine dialettica a sostenere che non è vero che Moore è stato “Il fondatore dell’associazione”. Pura verità, che peraltro Moore non ha mai sostenuto, essendo stato “uno dei fondatori”.
Spero cogliate la sottile distinzione di Greenpeace, che davvero ha una bella faccia tosta nel disconoscerne il ruolo passato, visto che non si può certo negare che Moore sia stato per nove anni presidente di Greenpeace Canada e per sette anni direttore di Greenpeace International.

Non starò a sintetizzare la posizione filo nucleare di Moore, facilmente reperibile in rete (qui il suo famoso articolo Going Nuclear pubblicato sul Washington Post nel 2006).
Della conferenza voglio invece sottolineare i due punti che mi hanno maggiormente colpito.

Il primo riguarda la filosofia della disinformazione sensazionalistica e della contrapposizione basata sulla paura che – afferma Moore – pervade la costellazione ambientalista, e Greenpeace in particolare. È un aspetto di rilievo che merita più di una riflessione affrettata, per cui mi riservo di tornarci domani con più spazio.

Il secondo punto riguarda una domanda rivolta all’oratore da una giornalista americana (deduco dall’accento dell’inglese in cui si esprimeva, poiché non ne ho registrato il nome). Ha chiesto a Moore il suo parere su cosa si dovesse fare in Italia per recuperare oltre vent’anni di disinformazione ambientalista sul nucleare, tenendo anche conto «che l’Italia è un paese conservatore» ha detto, per poi sottolineare «davvero molto conservatore».
Non intendeva dire”politicamente di destra”, visto che si parlava di nucleare, che per ora è sostenuto solo dalla destra. Intendeva dire che siamo un Paese conservatore dentro, poco incline a rinnovarsi, incapace di guardare al domani invece di tentare solo (stupidamente, oltre che inutilmente) di conservare l’effimero livello di benessere già raggiunto.

Mi sono davvero vergognato, in qualità di rappresentate di un Paese industrializzato e cosiddetto tecnologicamente avanzato che, in quanto tale, per definizione dovrebbe essere in evoluzione continua.
E per la verità non mi ha consolato la risposta di Moore: «Television, television, television». Che è sicuramente la risposta giusta, visto che difficilmente il nucleare andrà avanti in Italia se non si registrerà un consenso maggioritario presso l’opinione pubblica. Ma - sempre nell’ottica di un Paese industrializzato, tecnologicamente avanzato e in competizione con altri Paesi industrializzati e tecnologicamente avanzati – mi è sembrato anche il suggello al nostro essere un Paese in declino. Dove l’informazione, la formazione, e la ricerca, in una parola la cultura, non riescono più a svolgere un ruolo funzionale all’evoluzione tanto delle persone, quanto dell’economia e dello sviluppo, e non resta altro che affidarsi alla comunicazione emotiva, all’indottrinamento, all’informazione superficiale.
Che non è una bella cosa, anche quando è al servizio di uno scopo giusto.

mercoledì 3 marzo 2010

L'intervento di Prodi sul nucleare. Critico, ma anche con la sinistra

Leggo sul Messaggero del 28 febbraio l'intervento di Romano Prodi sul nucleare, dal titolo La sfida di un treno che deve correre forte (lo linko qui, ma temo che entro pochi giorni non sarà più disponibile sul sito del Messaggero). Lo leggo e non posso fare a meno di pensare che Prodi si staglia ancora come un gigante nella platea di politicanti che ci circonda, a destra e a sinistra.
A ben vedere la sua non è una posizione di parte. É l'intervento di uno statista che valuta lo status quo.
Prodi ricorda di aver votato a favore del nucleare nel famoso referendum del 1987. E dal suo testo è evidente che sarebbe ancora pronto a condividere le sue vecchie posizioni pro nucleare. Ma a certe condizioni, perchè - avverte - molto tempo è trascorso da allora; le scelte fatte nel frattempo pesano come zavorra inamovibile sulle scelte per il futuro, e dunque occorre valutare con attenzione i prossimi passi. E il nucleare è indubbiamente un passo difficile per vari motivi.

Prodi ha ragione da vendere quando individua i vari ostacoli che il nucleare deve affrontare, tanto più in un Paese dove «i politici si dividono ferocemente tra favorevoli e contrari, ma si uniscono comunque fraternamente nel non volere nessun impianto nucleare, di nessun tipo, né nella loro Regione né, tantomeno, nel loro collegio. Una schizofrenia così profonda e radicata da obbligare il rinvio di ogni decisione a dopo le elezioni».
Inoltre, tra gli altri rilevanti ostacoli da superare: gli aspetti economici legati all'elevata intensità di capitale del nucleare; la necessità di ricostruire una cultura e una industria nazionale di settore; infine l'esigenza di supportare un settore così sensibile con una nuova organizzazione della Pubblica amministrazione.

É possibile superare questi ostacoli? Si, afferma Prodi, è possibile, ma ad un costo enorme e con margini di incertezza altrettanto grandi. Anche perchè, conclude «non vedo, almeno fino ad ora, uno sforzo di mobilitazione in questo senso. Vedo piuttosto la volontà di scaricare sui vicini l'onere di affrontare un problema così delicato, affidando principalmente a incentivi finanziari da indirizzare direttamente ai cittadini il difficile compito di cambiare gli orientamenti dell'opinione pubblica».
E conclude con una vena di pessimismo: «Mi sembra quindi di dovere concludere che o si comincia davvero questa strategia complessa, difficile e di dubbio risultato economico, o è meglio lasciar perdere. Quando si è perso un treno è molto faticoso corrergli dietro. O meglio, lo si può fare, ma bisogna correre molto forte».

Ebbene, prof. Prodi, dia una mano a correre forte.
È impossibile non condividere la sua analisi. Ma sia sincero: a quanti altri settori industriali è possibile applicarla, pur con qualche particolarità in più o in meno? Tutti o, più realisticamente, quasi tutti? E allora che facciamo: abbandoniamo tutto o ci sforziamo di superare i problemi?
Chi scrive appartiene con consapevolezza a quella schiera di centro-sinistra che ha molto rimpianto i suicidi dissidi interni che hanno portato al fallimento delle sue esperienze di governo. E ritiene che ci sono mille e uno motivi per opporsi con decisione alla maggioranza che ci governa, a cominciare da alcuni fondamentali che riguardano il rispetto delle istituzioni e dei loro differenti ruoli, l'etica politica, il valore delle pari opportunità, il senso dello Stato, la salvaguardia dell'ambiente, l'integrità morale dei nostri rappresentati e molto altro. Mille e uno motivi. Ma non tutti i motivi e, soprattutto, non per principio preso. Ci sono (ci devono essere) dei punti di incontro con la maggioranza su temi che semplicemente interessano il benessere, la sicurezza e lo sviluppo dei cittadini. E l'energia è uno di questi punti, come pure la competitività del nostro sistema produttivo che è penalizzata (anche) dagli elevati costi dell'energia.

Se il discorso è soprattutto economico, secondo lei va bene puntare soprattutto sulle fonti rinnovabili? E se non è economico, ma legato all'esigenza di avere un Paese diverso e migliore, vale la pena di rinunciare o non è piuttosto il caso di sfruttare l'opportunità del nucleare per cominciare a cambiare?

Il suo, prof. Prodi, è un discorso critico ma dialettico, che non dice "no", anzi, dice "si a certe condizioni". Il che vuol dire discutere sulle condizioni. Mi consenta di pensare che voglia anche essere una bacchettata sulle mani di certa sinistra che si ostina a dire "no, perchè no, e basta". Io ho voglia di correre forte.