domenica 28 febbraio 2010

Non male l'idea del nucleare nelle scuole. Ma ci vuole altro

Torno sul tema dell’informazione, riprendendo il filo dell’ultimo post, perché davvero credo che sia il tema fondamentale su cui dovremmo concentrarci.
Oggi tiene banco la proposta della ministro dell’Istruzione Gelmini, secondo la quale sul nucleare occorrerebbe dare una corretta informazione anche nelle scuole.

Mi sembra un argomento importante, di cui si dovrebbe tornare a parlare subito dopo le elezioni, quando, forse, l’opposizione avrà meno l’esigenza di contrastare qualsiasi cosa venga dalla maggioranza.
Se non sbaglio fu della sinistra, a suo tempo, l’idea di introdurre argomenti di attualità nella formazione scolastica, proponendo la lettura dei quotidiani sotto la guida dei docenti. Se quella è stata – come è stata – un’ottima idea, non capisco la differenza con l’attuale proposta della Gelmini. Che onestamente a me sembra da condividere, pur con qualche distinguo. A cominciare dal fatto che tirata fuori così, in questo momento, puzza un po' troppo di strumentalizzazione di parte.
L’argomento è invece serissimo, perché è davvero grave la carenza di informazione e formazione tecnico scientifica nel nostro industrializzato Paese, il cui sviluppo e benessere è necessariamente legato all’evoluzione tecnologica.

Gli studenti di oggi diventeranno cittadini con diritto di voto e con dovere di scelta. Ma è ragionevole far decidere a cittadini del tutto ignoranti di scienza e di tecnologia se è bene puntare su questa o su quella tecnologia?Nella mia famiglia, qualche mese fa, si è posto il problema di cambiare la caldaia del gas. A nessuno è venuto in mente di fare un referendum tra parenti e amici per decidere prima se cambiarla, e poi quale tipo e quale taglia di caldaia scegliere. Ci siamo informati, ma alla fine abbiamo comunque capito che era meglio affidarci al parere di un tecnico specializzato. E sto parlando di una caldaietta a gas nel’ambito di un bilancio familiare, con aspetti tecnici che conosco piuttosto bene.

Invece se si deve decidere su cose di complessità estrema, che riguardano il futuro non solo nostro, ma anche dei nostri figli, nipoti e pronipoti, è considerato normale affidarsi all’opinione di cittadini del tutto disinformati. Sto parlando delle decisioni sull’uso del nucleare, ma il discorso vale anche per il carbone, i rigassificatori, le fonti rinnovabili, gli OGM, le biotecnologie, la ricerca scientifica in genere e una infinità di altre cose che implicano approfondite valutazioni economiche, tecniche, di geopolitica e molto altro.

È il gioco della democrazia, lo so. E non dico che sia sbagliato: le alternative mi piacciono molto meno. Dico che la democrazia dovrebbe impegnarsi al massimo per rendere quei cittadini informati sulle cose su cui saranno chiamati a decidere e consapevoli delle possibili conseguenze delle loro scelte.
E il primo e più importante posto dove farlo è proprio la scuola.

I distinguo sulla proposta della Gelmini riguardano dunque non tanto la proposta in sé (che comunque sarebbe meglio di niente) ma il fatto che si dovrebbe andare oltre l’argomento di moda e di contrasto politico (nucleare), introducendo nella scuola una adeguata informazione e formazione sulla complessità tecnologica della società in cui viviamo.

venerdì 26 febbraio 2010

Il nucleare, la paura e la conoscenza

Leggo sul Sole 24 Ore di qualche giorno fa (23 febbraio) una intervista a Luiss Echavarri (presidente dell’Agenzia nucleare dell’OCSE) dal titolo: La paura si supera con la conoscenza.
In sostanza Echavarri sostiene che negli anni ’70, quando c’è stato il vero e proprio bomm del nucleare, ad avere paura delle centrali erano le popolazioni che abitavano nei pressi del sito candidato alla costruzione.
Oggi, invece, quelli che ci vivono più d’appresso sono anche quelli che meno temono le centrali. Anzi, i Comuni limitrofi sono i primi che si fanno avanti a proporsi come siti ogni qual volta si sente parlare di una nuova centrale o di un impianto di trattamento e/o smaltimento delle scorie.
Perché? Ma perché hanno imparato davvero a conoscere il nucleare: ci lavorano (ogni centrale tra dipendenti diretti e indotto dà lavoro a un migliaio di persone), con il passaparola vengono a conoscenza di ogni più piccolo inconveniente e di cosa si fa per prevenirlo o “curarlo”. Da qui il titolo dell’articolo, che riprende la conclusione di Echavarri: «la paura si supera con la conoscenza».

Questa ovvia constatazione, che in Occidente dovrebbe essere scontata quanto meno dai tempi di Ulisse, in Italia sembra essere una novità.
E non vale solo per il nucleare: si ha paura anche di un tratto ferroviario, di una centralina a biomassa, di un rigassificatore, di una discarica, degli OGM, di un qualsiasi impianto industriale, praticamente di tutto.

Il che mi fa pensare al ritardo di conoscenza tecnico-scientifica che c’è nel nostro industrializzato e tecnologicamente avanzato Paese.

Globalmente inteso, quello energetico è il settore di maggiore complessità che esista. Ciascuna parte del puzzle che lo costituisce - petrolio, gas, trasporti, produzione e distribuzione elettrica, usi finali eccetera – è di per sé di una complessità enorme. E considerando le complesse interrelazioni di un gran numero di sistemi singolarmente molto complessi, nell'insieme di raggiunge un livello di complessità virtualmente incomprensibile non dico per l’uomo della strada, per quanto colto e informato possa essere, ma anche per la gran parte dei cosiddetti esperti. Non a caso su qualsiasi argomento – quasi senza eccezione – troverete sempre degli autorevoli scienziati che sostengono tesi in contrapposizione ad altri autorevoli scienziati che sostengono il contrario.

In questa situazione è quasi ovvio che in Italia il nucleare faccia paura. Semplicemente non lo si conosce. E di fronte al dubbio, al timore dell’ignoto (come è sempre ciò che non si conosce), la scappatoia migliore resta il ricorso a quella regola aurea delle civiltà contadine che recita: chi lascia la via vecchia per la nuova….
Solo che pochi sembrano accorgersi che la vecchia via ci sta conducendo all’emarginazione economica e politica, in ambito internazionale.

Ah! Naturalmente quanto sopra vale per chi si avvicina alla conoscenza con uno spirito critico, come dovrebbe essere in un Paese che, oltre che industrializzato e tecnologicamente avanzato, è anche (o vorrebbe essere) democratico.
Da noi invece c’è anche una quantità di soggetti che preferisce combattere la paura con l’ideologia, con la religione (ambientalista, in questo caso). Che è uno degli altri grandi drammi di questo Paese, perché la tutela dell’ambiente è davvero una esigenza seria, che in un Paese industrializzato andrebbe affrontata con spirito critico e conoscenza tecnico-scientifica. Invece l’ideologia porta a mormorare lamenti sullo scempio urbanistico, sul degrado idrogeologico, sula drammatica perdita di biodiversità e su una molteplicità di altre serissime cose, per poi dedicare tutte le energie a combattere il nucleare o ad auspicare il ritorno a forme di vita “naturali” che sono poco più di un mito, perché in realtà non sono nemmeno mai esistite.

In tal caso non c’è nemmeno molto da sperare. Perché l’ideologia non ha spirito critico e quindi non cerca conoscenza. Al massimo cerca di utilizzare pseudo strumenti di conoscenza con il solo scopo di darsi una parvenza di scientificità, come è facile constatare proprio in Italia a proposito del nucleare, sul quale si sparano sciocchezze facendo passare per dati scientifici banalità “sentite dire”.

martedì 23 febbraio 2010

La prova definitiva sull'economicità del nucleare

Chi farà il nucleare in Italia? C’è la società Sviluppo Nucleare Italia, costituita da Enel e dalla francese Edf. E per ora nessun altro.
Si parla di una seconda cordata appoggiata alla Westinghouse, che detiene la tecnologia del reattore AP1000, alternativo all’EPR su cui punta Enel. Ma per ora se ne sta solo parlando.
Il bello è quando si cerca di capire dove sarebbe l’interesse di questa seconda cordata.

Enel e Edf dichiarano di puntare a 4 reattori da 1.600 MW. Che sono la metà di quanto programmato dal Governo, ma costituiscono pur sempre un obiettivo ambizioso nella situazione attuale, viste le difficoltà che già si prospettano con chiarezza per la realizzazione anche solo di una centrale.
Inoltre Enel e Edf dichiarano di essere in grado di reperire autonomamente i necessari finanziamenti, e anche questo può creare qualche problema all'eventuale seconda cordata, perché si tratta di cifre di tutto rispetto (4-5 miliardi a centrale), che certamente non prosciugano i canali finanziari, ma di sicuro li drenano niente male.

Tuttavia, secondo autorevoli osservatori finanziari, sono parecchie le aziende interessate alla famosa seconda cordata. A cominciare da  A2A, che è la seconda società elettrica italiana dopo Enel e la prima nel settore dei rifiuti. Il motivo? «Perché il nucleare affidato alla sola Enel significherebbe azzerare il mercato libero» secondo quanto dichiarato dal presidente del consiglio di gestione di A2A, Giuliano Zuccoli, e riportato oggi nell’inserto “Affari&Finanza” de La Repubblica. Nel quale si precisa: «In altre parole, le utility temono che l’eventuale energia prodotta dalle centrali nucleari consenta ad Enel di offrire energia a prezzi più bassi, mandando fuori mercato tutti gli altri produttori che non hanno l’atomo nel mix delle loro fonti di energia».

Viene da ridere a leggere queste cose. Questi sono industriali seri, cui magari non frega niente dell’ambiente in cui dovranno vivere i loro figli e nipoti, ma che ai libri contabili, ai bilanci da presentare ai propri azionisti sono sicuramente molto interessati. Eppure dobbiamo proprio pensare che di economia e di finanza non capiscano davvero niente. Altrimenti come potrebbero pensare che, con il nucleare, Enel possa offrire energia a prezzi più bassi? Non sanno farsi due conti in tasca? Non sanno che il nucleare è antieconomico? Non capiscono che è «Un’impresa senza futuro», come riferiva ieri il quotidiano ecologista Terra?

Beh! L’alternativa è che gli industriali quanto meno i conti se li sappiano fare. E che quindi, per lo meno dal punto di vista dei costi, le sciocchezze che continuano a ripetere gli antinucleari – ecologisti ideologizzati o politicanti interessati che siano – sono appunto sciocchezze.

Tra le due alternative scegliete voi.

domenica 21 febbraio 2010

La sinistra e la logica televisiva del "no al nucleare"

Le elezioni si avvicinano. E le preoccupazioni aumentano, soprattutto per chi è seriamente in apprensione per lo stato del Paese: per quello che è diventato e per quello che sta diventando, visto che a mio avviso ci si sta sempre più allontanando da una visione e da un realtà di progresso. Inteso, quest’ultimo, non solo come incremento del Pil.
Tralascio, per brevità, un argomento che pure dovrebbe appassionare, e cioè come si sia potuti giungere alla pseudo democrazia televisiva che ci governa.
Dove il termine “progresso” non può essere contemplato per definizione, poiché la prassi del governo televisivo è semplicemente di monitorare i desideri del pubblico e quindi di fornirgli (televisivamente parlando, cioè in modo virtuale, non concreto) quello che desidera. Cosa che, appunto, esclude ogni possibilità di progresso, che non è nemmeno concepibile senza volontà di impegno personale, senza accrescimento culturale e senza disponibilità al cambiamento ed anche ad un minimo di rischio.
Tutte cose che sono l’esatto contrario di quanto i sudditi televisivi chiedono, per cui l’unica azione del governo televisivo non può che essere di retroguardia, nel tentativo di fare qualcosa per recuperare le posizioni che man mano si perdono.

Vorrei invece parlare del futuro. E non posso che farlo guardando all’area politica nella quale bene o male mi ritrovo. Cioè la sinistra.

Leggo sul giornale di oggi una dichiarazione di Veltroni, secondo cui «il PD è lontano dal Paese». Dichiarazione ad effetto non seguita da alcuna puntualizzazione, per cui non so di preciso cosa intendesse dire. Sono però personalmente convinto che la sinistra (che qui esemplifico con il PD) sia lontano da quelli che dovrebbero essere gli interessi del Paese. E siccome l’altra parte politica è molto, ma molto più lontana da questi interessi (in un’ottica di progresso) capirete l’apprensione che mi attanaglia

Capisco che ci siano difficoltà (in prossimità delle elezioni e dopo che si è consentito alla pseudo democrazia televisiva di giungere al potere) ad affrontare direttamente argomenti come crescita del senso civico, pari opportunità, sviluppo sostenibile, ruolo delle istituzioni, rispetto delle regole e simili. Tutta roba astratta, poco televisiva, noiosa. Quindi ci si occupa di problemi all’altezza dei sudditi televisivi, e lo si fa a fini elettorali, cioè in un modo finalizzato non a far progredire quei sudditi, bensì a tranquillizzarli, a non creargli conflitti, a conquistarne le simpatie, in una parola a solleticarne il consenso. Solo che, in tal modo, si ricade in pieno nella logica della pseudo democrazia televisiva. Si procede per slogan, si offrono sogni impossibili come facilmente raggiungibili, si promette di rendere disponibili in pochi anni un mondo ideale che magari può essere raggiunto, ma in decenni e con difficoltà.

Mi occupo di energia e mi è impossibile non citare il caso del nucleare, che nella logica di cui sopra è diventato uno dei principali cavalli di battaglia della sinistra. Campeggiano per le strade i manifesti del PD con su scritto «Economia verde per lo sviluppo. Sì alle energie rinnovabili. No al nucleare. In poche parole, un’altra Italia». E si promettono «un milione di posti di lavoro in 5 anni» grazie all’economica verde, che ovviamente, si precisa, andrebbero anche a coprire le centinaia di migliaia di posti di lavoro persi in altri settori.

Io credo che il progresso di un Paese dipenda anche dalla capacità di assumersi consapevoli responsabilità.
Forse sarebbe il caso di domandarsi: perché si perdono centinaia di migliaia di posti di lavoro negli altri settori? Per la crisi internazionale, certo, ma anche perché l’Italia è il Paese industrializzato che paga più cara l’energia che consuma, perché non fa più ricerca tecnologica a livelli adeguati, perché il livello di cultura individuale non è adeguato a quello di un Paese industrialmente avanzato, perché non si è più disposti a rischiare nulla e perché si crede che si possa proteggere il benessere acquisito impedendo ogni ulteriore evoluzione (il famoso fenomeno Nimby).

Si alle energie rinnovabili e no al nucleare è solo uno slogan ad effetto. Esattamente come sarebbe un assurdo lo slogan opposto: infatti nessuno sostiene si al nucleare e no alle rinnovabili, che sono necessarie per molte buone ragioni. Ma quelle rinnovabili sono le fonti di energia più costose in assoluto. In quale modo dovrebbero permetterci di essere competitivi con gli altri Paesi, che l’energia la producono principalmente con il carbone, con il nucleare e poi un pochino anche con le rinnovabili? E quanti altri posti di lavoro dovranno poi creare, le rinnovabili, per coprire gli ulteriori posti di lavoro che continueremo a perdere in tutti gli altri settori produttivi, continuando a perdere competitività sul costo dell'energia? Con precisione, qualcuno può dirci quanti di questi nuovi posti di lavoro verdi ci consentiranno di mantenere vive e anzi di accrescere le nostre esportazioni?

Infine, sono poco di sinistra se pongo anche il problema di quali posti di lavoro si promettono? Faccio un solo esempio: per raggiungere gli obiettivi europei sulle rinnovabili l’Italia dovrà impegnarsi molto anche nel settore delle biomasse, per sostituire una quota crescente di benzina e diesel con biocarburanti.
A dir poco 500 mila di quei 5 milioni di posti di lavoro promessi sono in lavori agricoli, nelle campagne e nelle zone marginali di collina, per far funzionare la filiera delle biomasse. Secondo voi: saranno i televisivi ragazzi italiani a correre in massa per andare a lavorare in campagna o saranno centinaia di migliaia di nuovi immigrati gli unici disposti a farlo?

mercoledì 17 febbraio 2010

I progetti di mini reattori nucleari

Sull’evoluzione del nucleare meritano almeno un cenno i mini reattori. Cioè reattori “bonsai”, da poche decine di MW, che alcuni sponsorizzano in opposizione alla centralizzazione delle grandi centrali da 1000 – 1.600 MW, altri perché potrebbero essere utilizzati in condizioni particolari, come, ad esempio, in zone isolate o in Paesi arretrati che non dispongono di reti elettriche adeguate a mettere in parallelo le centrali maggiori.

A loro favore si sono dichiarati persino alcuni ambientalisti “convertiti” al nucleare, che ormai cominciano a diventare decisamente numerosi anche tra quelli più noti.

Nel mondo è in servizio un gran numero di reattori nucleari di piccola potenza (da pochi MW a qualche decina di MW) per uso di ricerca. Fuori dei laboratori universitari e dai centri di ricerca i più piccoli reattori in servizio sono quelli utilizzati per la propulsione dei sottomarini (ne sono stati costruiti oltre 400 e 191 sono attualmente in servizio, con reattori di potenza fino a 150 MW nel caso di quelli russi della classe Alfa).

Vi sono diversi progetti di mini-reattori ad uso commerciale. Tra i più noti citiamo:
--  un progetto dei Sandia National Laboratories (uno dei maggiori centri di ricerca del Dipartimento americano all’Energia), con potenza di progetto da 100 a 300 MW
--  il reattore modulare NuScale (da 45 MW, anch’esso supportato dal governo americano)
-- i progetti di TerraPower (con potenza variabile da pochi MW ad alcune centinaia di MW, anche con l’ipotesi del torio come combustibile. È una tecnologia nota in particolare perchè su di essa ha investito Bill Gates, cosa, questa, sufficiente a suscitare interesse anche nel grande pubblico)
-- un progetto della Babcock & Wilcox per un reattore da 125 MW, che secondo gli analisti è uno di quelli con maggiore probabilità di sbocchi commerciali.

Di particolare interesse, per la sua originalità e semplicità, ci sembra però il progetto Hyperion (nella foto). Un reattore davvero mini (potrebbe essere messo in cantina: è un cilindro largo 1,5 metri e alto 2,5) in grado di generare 70 MW termici e 25 MW elettrici. Quanto basta per risolvere ogni problema di energia e di acqua potabile in un’area sottosviluppata con 10.000 abitanti. Di rilievo il fatto che si tratta di un reattore modulare, trasportabile su un camion, di estrema semplicità componentistica e, ovviamente, senza alcun tipo di emissioni inquinanti o ad effetto serra.
Inoltre è sigillato: dopo essere stato posizionato resta in servizio per 7-10 anni senza che lo si possa o lo si debba mai aprire nel sito. Una volta terminato il servizio il costruttore lo preleva, lo ricarica e lo riposiziona.
Finanziato con fondi privati, il porgetto è in fase avanzata di realizzazione, al punto che Hyperion ha già lanciato la richiesta di prenotazioni.

martedì 16 febbraio 2010

Il referendum nucleare di fine marzo

L’impressione è che il nucleare stia catalizzando il confronto politico, al punto che a fine marzo non si andrà tanto a votare per le elezioni regionali, ma piuttosto per una sorta di referendum sul nucleare.
Non mi sembra che ci sia da rallegrarsi.
Credo che il Paese abbia una miriade di problemi sui quali occorrerebbe confrontarsi: dallo scempio urbanistico al dissesto idrogeologico, dal sistema sanitario alle politiche per l’occupazione, dal degrado morale alla corruzione dilagante, dalla qualità dell’informazione a quella dell’istruzione, dalla competitività del sistema Paese alla gestione dei rifiuti, dalle infrastrutture da realizzare al debito pubblico da sanare.

È su questi e molti altri temi simili che vorrei ci si confrontasse e su cui vorrei che ci si battesse. Invece si chiede il voto perché “noi siamo contrari al nucleare”.
Mah!
Far diventare una elezione politica una sorta di referendum pro o contro il nucleare è un rischio enorme. Non per il risultato, ma per una questione di educazione civica.
Non sono affatto convinto che oggi un referendum sul nucleare si risolverebbe contro. E non solo perché Berlusconi in TV che giura sulla testa dei propri figli che il nucleare è sicuro e indispensabile credo (purtroppo) che farebbe ancora la differenza. Ma perché constato che la maggioranza delle persone con cui parlo è timorosa dei rischi del nucleare (come di molti altri rischi) ma anche abbastanza intelligente da capire che se tutti gli altri Paesi ce l’hanno qualche motivo ci sarà pure.
Addirittura la scorsa settimana sono stato invitato a tenere una modesta relazione sul tema “energia e ambiente” nell’ambito delle attività giovanili di una parrocchia. Erano presenti solo una ventina di giovani sui 18-20 anni, ma con mio immenso stupore ho constatato che tutti (e credetemi: tutti) erano favorevoli all’uso dell’energia nucleare.
Il problema è che decidere sul nucleare non è come decidere se si è pro o contro la caccia, pro o contro l’ergastolo, la scala mobile, la liberalizzazione delle droghe leggere o simili.
Si tratta di un argomento dannatamente tecnico, che per una valutazione seria richiede competenze elevate di tipo tecnico-scientifico ed economico-politico. L'energia nucleare è effettivamente necessaria, ma bisogna esserne convinti.

Nessuno di voi, su una nave in un mare agitato, si sognerebbe di proporre seriamente agli altri passeggeri un referendum su chi affidarne la guida: al capitano esperto o al rag. Pascucci? Nemmeno se fosse certo che i passeggeri sceglierebbero il capitano. Invece sul nucleare - che è un po' più complesso del pilotare una nave - si crede che la massaia di Voghera (o di Canicattì) sia in grado di poter scegliere.

Magari vi sembrerà che il mio sia un discorso poco democratico. Io invece credo che non sia democratico pensare che ognuno possa fare quel che gli pare nel proprio orticello. Senza tener conto delle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie scelte sul bene comune. Senza considerare che il senso profondo della vita democratica è nel sapersi porre al di fuori della propria soggettività e riflettere sulle interazioni sociali che le nostre scelte individuali hanno.

venerdì 12 febbraio 2010

Aiuto!! Ci stanno circondando

Finora potevamo guardare a sud e non sentirci soli. A nord, nord-est e nord-ovest da decenni non si possono volgere gli occhi: ben 13 centrali francesi (6), svizzere (4), tedesche (2) e slovene (1) circondano le nostre Alpi a distanza ravvicinata, inferiore a quella che separa Venezia, tanto per dire, dalla vecchia centrale italiana di Caorso, spenta dopo il referendum del 1987.
Ma a sud il panorama cambia. Ci sono solo le spiagge, c'è il sole e c'è una piacevole brezza marina che rinfresca gli aperitivi sotto le incannucciate fiorite. E nemmeno l'ombra di una centrale nucleare all'orizzonte. Niente che possa distoglierci dalle piacevoli fantasie vacanziere, o ricordarci, ad esempio, che dovremo tornare a lavorare, o addirittura – orrore! – che la ridotta competitività del nostro sistema produttivo potrebbe avercelo cancellato, il posto di lavoro.

Ma anche le cose più belle hanno una fine. E, infatti, pure i Paesi nord-africani si stanno dando da fare per estrometterci dal progredito club dei Paesi no nuke.

Da sinistra a destra, guardando le coste africane dalla sdraio che utilizzo sulla bella e denuclearizzata spiaggia di Selinunte, 2 centrali nucleari sono state annunciate in Egitto, la prima delle quali già ai nastri di partenza. E purtroppo non sul mar Rosso ai confini con il Sudan, ma sulla costa mediterranea di El-Dabaa.
La Libia per ora è più affidabile, non avendo ancora approvato programmi operativi che prevedano centrali nucleari. Ma occorre comunque vigilare, perché anche a Tripoli pare ci stiano facendo su un pensierino. Trattative sono in corso con la Francia e la Russia.
Dei tunisini, invece, proprio non ci si può fidare. Non solo hanno intenzione di realizzare la prima centrale nucleare, ma zitti zitti, hanno già presentato il progetto all’IAEA (l’agenzia internazionale di controllo, che lo ha approvato) e stanno procedendo con gli studi tecnico economici per avviare i lavori. Il progetto prevede che la centrale entri in servizio entro il 2020.
Idem per l'Algeria, che – secondo quanto affermato dal ministro dell'Energia, Chakib Khelil – avrà anch'essa la sua prima centrale nel 2020.
E infine la batosta peggiore, quella che proprio non mi sarei aspettato, da parte del Marocco. E dire che la scorsa estate, se non fosse stato per la crisi economica, avevo addirittura pensato di farmi una settimana in un villaggio ad Agadir. Beh! I marocchini non ti hanno messo su un piano industriale che prevede addirittura 2 – vi rendete conto? Non una: due - centrali da 1.000 MW?

Ditemi voi. Ma questi qui – marocchini, tunisini, algerini ed egiziani - i conti, se li sanno fare? Non hanno il deserto con tanto sole e tanto vento? È vero che hanno in programma anche grandi investimenti nelle fonti rinnovabili (e ci mancherebbe: se non li fanno lì…. ), ma perché anche il nucleare?

giovedì 11 febbraio 2010

Un confronto tra costi di rinnovabili e nucleare

Il 2009 è stato un anno eccellente per le fonti rinnovabili, che sono arrivate a coprire il 20% del consumo interno lordo di energia elettrica, rispetto al 16,5% del 2008. Ha contribuito la crisi economica che ha indotto una sensibile riduzione della domanda, ma l’incremento delle singole fonti non è stato da poco. Con la geotermia stabile, è aumentata la generazione eolica
(+35%), quella fotovoltaica (di oltre il 400%), quella da biomasse (+10%) e soprattutto quella idroelettrica.

I dati citati sono di fonte Autorità energia (Relazione del 29 gennaio 2010, pag 41).
Non sono ancora disponibili statistiche complessive sulla produzione da rinnovabili per il 2009, ma siccome ai dati sopra citati manca solo la geotermia, non si va lontano dal vero affermando che tale generazione nel 2009 è stata di 66.620 GWh (milioni di kWh).
Ottengo questa cifra sommando la generazione 2009 riportata nella relazione dell’Autorità (eolico 6.600 GWh, biomasse 6.500 GWh, solare 1.000 GWh, idroelettrico 47.000 GWh), e aggiungendovi 5.520 GWh geotermici (la produzione 2008, che non dovrebbe aver subito variazioni).

Dunque 66.620 GWh così suddivisi per fonte: 70,5% del solo idroelettrico; 8,3% geotermoelettrico; 10% eolico; 9,7% biomasse; 1,5% fotovoltaico.
Queste fonti (escluso il grande idroelettrico – cioè la voce di gran lunga maggiore, che non è sovvenzionata, e in parte anche il geotermico, che è sovvenzionato solo per gli impianti di recente ammodernamento) ricevono varie forme di incentivazione. Che stanno diventando davvero pesanti.

Afferma il presidente dell’Autorità, Alessandro Ortis, nella relazione sopra citata:
«È stimabile che il costo totale per l’incentivazione delle sole fonti rinnovabili (escluse quindi le assimilate) abbia superato i 2 miliardi di euro nel 2009. Una stima dello sviluppo di tale costo – legata all’eventuale raggiungimento degli obiettivi europei attribuiti ai vari Stati membri per il 2020 ed elaborata dall’Autrità tenendo conto di alcune ipotesi pure ragionevolmente ottimistiche (quali il raggiungimento del potenziale massimo teorico di realizzazione delle rinnovabili o una incentivazione decrescente nel tempo) – porta a ipotizzare che la spesa possa aumentare a circa 3 miliardi di euro/anno nel 2010, a più di 5 miliardi di euro/anno nel 2015 e a circa 7 miliardi di euro/anno nel 2020 (di cui oltre 3,5 miliardi di euro per l’incentivazione di 10 TWh di energia elettrica da impianti fotovoltaici).
Rischiano dunque di emergere, nel medio termine, evidenti problemi di sostenibilità economica degli attuali meccanismi di incentivazione posti a carico dei consumatori; ciò suggerisce una necessaria rivisitazione dal complesso degli stessi meccanismi».

Senz’altro alcuni correttivi all’incentivazione delle rinnovabili verranno apportati nei prossimi anni.
Ma qui vengo al punto sul nucleare.
Infatti tutti coloro che protestano sul suo rilancio in Italia, negli ultimi tempi insistendo in modo particolare sul fatto che si tratterebbe di una tecnologia eccessivamente costosa, sono gli stessi che si rendono conto che senza succulente sovvenzioni il mercato delle rinnovabili crollerebbe, e quindi insistono che tali sovvenzioni non vengano toccate se non in modo marginale.

Ora, ho detto e ripetuto più volte che lo sviluppo delle rinnovabili è necessario. Per molti motivi, ma nessuno che abbia a che fare con l’economicità e con la competitività dell’industria italiana. Per cui se qualcuno dicesse avanti con le rinnovabili E con il nucleare, non avrei da obiettare.
Ma, se permettete, proprio non ci sto a sentire il solito ritornello che il nucleare è costoso dagli stessi che inneggiano alle rinnovabili (per il rilancio dell’economia, aggiungono sempre).

Ortis afferma che nel 2020 (prevedendo incentivi che, rispetto agli attuali, gradualmente si riducano del 50%) pagheremo 3,5 miliardi di euro l’anno per incentivare 10.000 GWh prodotti dal fotovoltaico. Che rappresentano l’energia che una sola centrale da 1.600 MW (quelle proposte da Enel) genera in meno di 9 mesi ad un costo inferiore ai 5 miliardi di euro una tantum. Senza dimenticare che per il fotovoltaico stiamo parlando degli incentivi che vengono pagati da tutti i cittadini nelle bollette, ma non abbiamo considerato i costi iniziali di installazione. Che vanno aggiunti.
Tali costi certamente diminuiranno (e forse drasticamente) nel prossimo decennio, ma mai fino ad arrivare al livello del nucleare per unità di energia prodotta. Intanto, la costruzione dei 1.200 MW fotovoltaici previsti dal DM 19 febbraio 2007, che abbiamo quasi finito di installare, ci sono costati qualcosa che varia tra i 6 e i 7 miliardi di euro.

6-7 miliardi di euro per produrre ogni anno in modo solare e pulito, ma anche incostante e aleatorio, circa il 15% (quindici) dell’energia prodotta nell'anno da una centrale nucleare da 1.600 MW (che, ripeto, di miliardi ne costa al massimo 5 e una tantum).

venerdì 5 febbraio 2010

Ma la vicenda dell’ALCOA ci insegnerà qualcosa sui prezzi dell’elettricità?

La vicenda dell’ALCOA qualcosa dovrà pure insegnare, al di là dell’esigenza immediata di salvaguardare i circa 2.000 posti di lavoro (diretti, più un numero imprecisato nell’indotto) tra Sardegna e Veneto.
Non entro qui nel merito della vicenda che è indubbiamente complessa. Mi limito a ricordare che c’è un punto sul quale non ci sono discussioni, e cioè il motivo per cui l’ALCOA vuole chiudere.
Si tratta della terza azienda al mondo nella produzione di alluminio primario, cioè prodotto dal minerale originario, la bauxite. Tale produzione di alluminio viene effettuata tramite particolari processi elettrolitici, che richiedono enormi consumi di energia elettrica (circa 15- 16 kWh per ogni kg prodotto), tanto che qualcuno si diverte a definirlo “elettricità allo stato solido”. Per questo motivo la maggiore produzione di alluminio avviene nei Paesi che dispongono di grandi quantità di energia elettrica a basso costo, come nel Canada (maggiore produttore al mondo) e nei Paesi scandinavi, dove gli impianti di produzione hanno in genere delle centrali idroelettriche dedicate. In Europa un altro Paese grande produttore è (guarda caso) la Francia.

L’Italia è invece uno dei maggiori produttori (per la precisione il terzo al mondo e il primo in Europa, a pari merito con la Germania) di alluminio riciclato, ottenuto cioè dal recupero di lattine e di altri rifiuti di alluminio. Un processo che richiede una quantità di energia elettrica infinitamente inferiore rispetto alla produzione primaria: circa 0,8 kWh per kg prodotto.

Dunque per quale motivo l’ALCOA vuole chiudere?
Perché l’energia elettrica in Italia costa troppo
. Come dichiara un comunicato dell’azienda del 12 dicembre scorso (sintetizzo il virgolettato) «i prezzi dell’elettricità in Italia non sono comparabili a quelli pagati da altre società che operano nel settore dell’industria pesante in altri Paesi europei. […] Gli impianti produttivi di alluminio primario italiani pagano per l’elettricità prezzi tali da rendere impossibile la loro competitività sui mercati globali. Gli impianti di ALCOA perderanno più di 8 milioni di euro ogni mese. […] Nessuna società può continuare a operare con un tale livello di perdite».

Se questa è la situazione, può stupire che l’ALCOA minacci di chiudere? Ripeto, non entro nel merito della questione specifica, dove giocano ragionamenti ed esigenze di tipo politico e industriale molto complessi.
C’è però un punto sul quale è indispensabile riflettere. E cioè che la vicenda dell’ALCOA non può semplicemente essere risolta in modo aziendale. C’è l’intera questione energetica che deve essere tirata in ballo. E con la massima urgenza.

Ma scusate, mettiamo che il Governo riesca a garantire all’ALCOA tariffe elettriche molto, ma molto agevolate, tali che da convincerla a non chiudere. E mettiamo che l’Europa accetti tale situazione. Secondo voi, perché io che produco carta, o ceramiche, o cloro, o prodotti chimici o uno qualsiasi degli altri infiniti prodotti che richiedono rilevanti consumi di energia elettrica, e che per tale motivo mi vedo fortemente penalizzato nella competizione internazionale … perché io che già pago l’elettricità il 50% in più di quanto la pagano le aziende francesi e il 30% più di quanto la pagano le industrie tedesche... perchè dovrei accettare di essere così penalizzato mentre all'ALCOA la si fa pagare tanto meno di me? Cos’è, sono più belli? Hanno conoscenze migliori?
No, la voglio anch’io l’elettricità ai prezzi che concedete all’ALCOA. Se chiude la mia azienda che ha solo 40-50 lavoratori la cosa ha meno significato? E se ha chiudere, a causa dei maggiori costi elettrici, non è solo la mia azienda, ma 200 o 300 piccole e medie aziende ciascuna con 40-50 lavoratori? Magari una alla volta, in modo che la cosa non sia troppo appariscente: solo per questo i nostri dipendenti valgono meno?

Che l’elettricità in Italia costi molto più che negli altri Paesi europei è cosa ben nota. E recriminare sugli sbagli del passato ora è perfettamente inutile. Ma qualcosa sarà pure ora di farla per ridurre i costi e accrescere la nostra competitività.
È possibile farlo entro 2-3 anni? Certamente no, e certamente no con alcune fonti rinnovabili come l’eolico e il solare (che sono indispensabili per altri motivi, ma certamente non per ridurre i costi, che anzi incrementano). Ma nell’arco di una decina di anni si può fare molto: ad esempio con il risparmio e l’efficienza. E con il nucleare.

mercoledì 3 febbraio 2010

Elettricità: sicurezza garantita solo fino al 2020

Di grande interesse l’ultimo rapporto di previsione dell'Ensto-E (organismo di coordinamento di 42 gestori di rete di 34 Paesi europei) sull'adeguatezza della capacità di generazione elettrica in Europa nel periodo 2010-2025.

Secondo il rapporto (consultabile qui, in inglese) l'equilibrio tra domanda e offerta di elettricità in Europa non presenta rischi fino al 2020 grazie agli investimenti effettuati e in corso. Tuttavia serviranno circa 70.000 MW in più nei prossimi anni se si vogliono conservare gli attuali margini tra capacità e domanda, che altrimenti inizieranno a restringersi a partire dal 2015.

Entso-E prevede (pur tenendo conto della crisi economica) una crescita della domanda elettrica al 2025 di circa il 27-28% rispetto all’attuale.

70.000 MW sono una bella cifra: più dell’intera potenza mediamente disponibile in Italia.
Per coprire la quale in Europa ci sono diverse opzioni, a partire dalle rinnovabili, previste in forte aumento. Un aumento che però contribuirà a incrementare il già forte aumento degli impianti termoelettrici convenzionali, indispensabili anche per coprire l’intermittenza della produzione rinnovabile.>
Ma in Italia?  Nel nostro Paese - secondo Entso-E – da oggi al 2025 verrà realizzata una nuova potenza termoelettrica di circa 10.000 MW. Inoltre aumenteranno le importazioni di energia nucleare da altri Paesi, mentre le rinnovabili dovrebbero registrare un incremento di potenza di circa 17.500 MW (di cui 4.000 eolici).
Con tutto ciò, dopo il 2020 l’equilibrio tra domanda e offerta comincierà ad essere sempre più critico, con margini di sicurezza che dal 2023 circa saranno affidati solo alle importazioni.

Ci sembra che questo scenario dovrebbe essere tenuto ben presente da quanti ritengono che un accelerato sviluppo del nucleare non sia indispensabile oggi nel nostro Paese.

lunedì 1 febbraio 2010

Il nucleare conviene. Per due ragioni, più una da valutare con attenzione

Ci sono due ragioni per cui il nucleare è senz’altro una opzione cui ricorrere. La lotta ai cambiamenti climatici e la possibilità di accrescere l’indipendenza energetica, riducendo le importazioni di combustibili fossili.
E poi c’è una terza ragione, anche questa a favore del nucleare. Ed è quella economica. Che però va valutata con attenzione, perché la sua convenienza non è scontata, ma dipende in gran parte dalla capacità del “sistema Paese” di saperla cogliere.

È questa la convinzione di Luigi De Paoli (nella foto), professore di economia dell’energia all’Università “Bocconi” di Milano, espressa in un recente intervento sulla Staffetta Quotidiana (agenzia quotidiana specializzata in energia, accessibile solo a pagamento).
Secondo De Paoli i favorevoli e gli oppositori al nucleare citano spesso cifre senza i necessari distinguo, senza l‘indispensabile chiarezza.

Nel mondo - afferma - sono in costruzione numerosi reattori, ma la maggior parte di essi in situazioni economiche e sociali (Russia, India e Cina) non confrontabili con la realtà italiana. Citare questi casi per confronti economici è quindi del tutto fuori luogo.

Un esempio che invece potrebbe essere paragonabile è quello della Corea del Sud, dove si stanno costruendo 6 nuovi reattori con costi piuttosto contenuti e notevoli indotti industriali e commerciali. Non a caso i coreani stanno vendendo tecnologia nucleare in numerosi Paesi e puntano a controllare una grande fetta del mercato mondiale.
Secondo il modello coreano – afferma De Paoli - la produzione di energia nucleare verrebbe a costare poco più di 4 centesimi di euro per kWh: un prezzo sicuramente conveniente per un Paese come l’Italia.

Tuttavia la situazione delle centrali che si stanno costruendo in Europa è diversa. I due reattori EPR che sono in costruzione in Finlandia e in Francia stanno infatti costando più del previsto a causa di difficoltà e ritardi. Le stime più attuali calcolano un costo finale che varia tra 5,5 e 6 eurocent/kWh. Che comunque è pur sempre inferiore al costo medio dell’elettricità italiana (circa 6,4 eurocent/kWh nel 2009), mentre il progettista Areva non ha tutti i torti ad affermare che gli attuali ritardi sono legati al fatto che i due reattori sono dei prototipi e dunque alla scarsa pratica degli ingegneri e delle aziende costruttrici. Due condizioni che a regime scompariranno.

Secondo De Paoli in definitiva il nucleare è comunque conveniente, ma il suo costo è anche un indicatore dell’efficienza di un sistema-Paese. Una prova particolarmente significativa per l’Italia, a suo parere. Ma, aggiungo io, dobbiamo davvero dare per scontato che non siamo in grado di confrontarci con i migliori e accettare una eterna subalternità?