mercoledì 27 gennaio 2010

La speculazione sulle rinnovabili denunciata da Italia Nostra in Puglia


Ho ripetuto più volte che sono un convinto sostenitore delle fonti rinnovabili, nonché ANCHE del nucleare. Lo devo ricordare perché sto dedicando questo blog praticamente solo a ribattere alle tesi degli antinuclearisti, che in Italia coincidono prevalentemente con certi ambientalisti favorevoli SOLO delle rinnovabili. E non vorrei che in tal modo possa apparire a favore del nucleare e contrario alle rinnovabili. Non è così.


Questa premessa mi è sembrata necessaria, perchè da un po' di tempo comincio a chiedermi se dietro certe posizioni molto filo rinnovabili e molto antinucleari in realtà non si celino – oltre a motivazioni ideologiche – precisi interessi economici, ancorchè abilmente ammantati da ragioni di sostenibilità, di sicurezza e simili, .

Alcuni giorni fa ho riportato le posizioni di un esperto vero, G.B. Zorzoli, che con valide argomentazioni spiega perché tra gli antinuclearisti più attivi vadano annoverati gli industriali del gas.

E in più occasioni ho provato a spiegare l’assurdità di quanti contrastano il nucleare solo perché “troppo costoso” e però non hanno niente da ridire sul fotovoltaico, che di energia ne produce pochina ma a costi stratosferici.

Ora, a proposito di interessi da tutelare, leggete qui quanto afferma la sezione Sud Salento di Italia Nostra e poi chiedetevi se è davvero strano che la Puglia affermi con forza “no al nucleare”.

Il documento è piuttosto lungo, quindi riporto solo degli stralci, a partire dal punto in cui Italia Nostra prende atto « dell'ostinazione con cui alcune amministrazioni salentine e l'attuale amministrazione regionale pugliese, con esse, si stanno accanendo contro il territorio salentino, impiegando persino nostri soldi pubblici, per fare ricorsi a palese supporto di ditte private dell'energia, al fine di favorire la realizzazione dei loro impianti eolici e fotovoltaici di grande impatto ambientale sul territorio provinciale; impianti questi la cui totale incompatibilità col territorio salentino è messa in evidenza, a parole, nello stesso Piano Paesaggistico della Regione Puglia». […]
«La vera molla propulsiva di questo accanimento contro la natura e la storia del Salento sono i lauti finanziamenti pubblici elargiti alle ditte che si impegnano nell'eolico e nel fotovoltaico. Il giro d'affari che circola dietro questo catastrofico fenomeno […] è inimmaginabile. Le denunce giunte nei giorni scorsi da parte di stessi operatori nel settore fotovoltaico […] e da parte di eminenti magistrati salentini […] in merito all'anomalo afflusso di denaro che sta giungendo in questi mesi nel nostro territorio, e che fanno paventare manovre impressionanti volte al riciclaggio di denaro sporco, proprio in molti degli impianti in fase di realizzazione, ci costringe a chiedere pubblicamente […] alla Magistratura di intervenire per accertare quanto sta avvenendo».

E prosegue parlando di «spiacevole e lurida speculazione delle "pale d'oro" e dei "pannelli d'argento", spesso anche intrisa e lubrificata con tangenti, come diverse inchieste giudiziarie hanno già smascherato in diversi luoghi e regioni del Sud Italia».
E ancora: «Prendiamo anche serio atto che eccezion fatta per la domanda di manodopera presente nelle prime settimane durante le installazioni iniziali degli impianti, a regime il numero di occupati sarà irrisorio, con beffa anche di chi oggi viene illuso, nella crisi, di un buon posto di lavoro! Ai proprietari terrieri locali, che oggi si ingannano prospettando guadagni facili affittando i loro terreni per impianti di fotovoltaico, resterà con tutta probabilità l'esoso dovere di risanare, a fine vita degli impianti, le loro proprietà, bonificandole spendendo tutto ciò che han guadagnato! I nostri amministratori stanno semplicemente aprendo la strada ad una colonizzazione energetica selvaggia del territorio della Provincia di Lecce da parte delle grandi aziende esterne dell'energia, come denunciava sarebbe accaduto, già nel 2007, il coraggioso consigliere, Giuseppe Basile, poi purtroppo barbaramente assassinato».

Italia Nostra c'è andata giù dura. E, credo, con tutte le ragioni del mondo. Che occorrerebbe indagare per benino, perchè delle fonti rinnovabili abbiamo bisogno, e soprattutto avremo bisogno in futuro, quando la loro diffusione dovrà necessariamente diffondersi. E in questa ottica le vicende denunciate da Italia Nostra (peraltro piuttosto generalizzate nel nostro Sud) non solo non aiutano, ma possono creare i presupposti di contrasti viscerali.
Nel frattempo guardiamo con attenzione, dritto negli occhi, chi viene a dirci che il nucleare è una sòla, mentre le rinnovabili ... quelle si.

martedì 26 gennaio 2010

Il tabù degli incentivi antinucleari

Venerdì scorso il NAO (National Audit Office, in pratica la Corte dei Conti della Gran Bretagna) ha concluso l’analisi della vendita di British Energy alla francese EDF. Dal rapporto pubblicato si evince che se il Governo inglese intende procedere alla realizzazione delle nuove centrali nucleari programmate (almeno una decina), è probabile (non certo, ma probabile) che debba ricorrere a incentivi pubblici. « Il governo – si legge nel rapporto – ha ottenuto un buon prezzo nella vendita della propria quota in British Energy. Tuttavia, è troppo presto per dire se questo consentirà al governo di assicurare che gli operatori possano costruire e gestire nuove centrali nucleari al più presto e senza incentivi pubblici».

In Gran Bretagna questa è solo una notizia, ma presumo che - per quanto sia solo una ipotesi - da noi  verrà rilanciata a sostegno delle tesi antinucleari. Infatti uno dei ritornelli spesso cantati dagli oppositori nostrani al nucleare è che si tratta di una tecnologia che richiede un investimento di capitali eccessivo, tale da non poter essere sostenuto da industrie private e che quindi necessita di sovvenzioni pubbliche. E con questo, secondo loro, il discorso si dovrebbe chiudere. Sovvenzioni pubbliche? Oddio: e il mercato? E la concorrenza? Ma scherziamo? Non se ne parla!
Sinceramente a me non interessa se sia possibile o no realizzare centrali nucleari solo con capitali privati. Pare che nel mondo ce ne siano alcune centinaia costruite senza sovvenzioni pubbliche (104 solo negli USA), che una decina siano in costruzione o programmate in Finlandia, Giappone, Stati Uniti e in un paio d’altri Paesi, e pare addirittura che svariate industrie italiane si siano dichiarate pronte a farlo. Quelli di Enel, ad esempio, devono essere completamente rincoglioniti, visto che si dicono pronti a costruirne ben 4 di centrali senza fondi pubblici (c’è da chiedersi come diavolo abbia fatto l’Enel a vincere il Platts Global Energy Awards 2009, in pratica il “premio Oscar” per la migliore operazione finanziaria dell’anno nel settore dell’energia a livello mondiale). Tuttavia, ripeto, non mi interessa.

Quello che mi chiedo è: che ci sarebbe di strano se anche ci fossero delle sovvenzioni pubbliche?
Ieri sono dovuto andare a Perugia (da Roma) e sono stato ben felice di percorrere una autostrada realizzata con fondi pubblici, senza i quali – sospetto – avrei dovuto sobbalzare per 200 km su un fondo di bàsoli romani. E se devo andare a Milano prendo volentieri il treno, ringraziando i fondi pubblici di rendermelo disponibile.
Perché chi trova scandaloso che per il nucleare si possano spendere dei soldi pubblici, chiede a gran voce che siano profumatamente sovvenzionate le fonti eolica, solare termodinamica, solare fotovoltaica, idroelettrica, da biomasse, marina e le eventuali altre che in questo momento mi sfuggono?

Leggo in uno studio realizzato da I-Com per conto di una associazione di aziende attive nel fotovoltaico, e presentato tre giorni fa a Roma, che per realizzare 9.000 MW fotovoltaici da oggi al 2020 occorrono investimenti di 29 miliardi di euro. Vuol dire che quelli di I-Com sono molto ottimisti, perché 36 miliardi sarebbe forse una cifra più realistica. Ma prendendo per buoni i 29 miliardi (più che totalmente sovvenzionati con fondi pubblici, nel senso che sono interamente pagati da tutti nelle bollette) si parla comunque di una cifra enorme, per una potenza (9.000 MW fotovoltaici) che in termini di energia prodotta corrisponde a circa 2.000 MW nucleari (che però costerebbero al massimo 10 miliardi, senza sovvenzioni, e funzionerebbero anche di notte). Eppure, ai nostrani antinuclearisti di cui sopra queste faraoniche sovvenzioni fotovoltaiche vanno bene, ma per il nucleare… ci mancherebbe!

Credo davvero che i nostri amabili ambientalisti vivano in un altro mondo. E non abbiano ancora capito che l’energia è il fattore fondamentale non solo dello sviluppo, ma anche della democrazia e della libertà in un Paese industrializzato. E concludo ricordando (credo che prenderò l’abitudine di farlo sempre) che in Italia paghiamo l’energia elettrica dal 30 al 50% in più della media degli altri Paesi industrializzati con cui pretendiamo di competere. Che i conti se li sanno fare. Non a caso utilizzano tutti l’energia nucleare.

venerdì 22 gennaio 2010

C'è ancora qualcuno convinto che il nucleare sia in declino

Ieri ho seguito un convegno organizzato dall'Enea alla Casaccia, presso Roma. C'erano parecchi giornalisti, qualcuno anche di organi di informazione ambientalista, apertamente antinucleari. Ad un certo punto uno di questi, con cui ho amichevoli rapporti di lavoro da anni, si gira e mi fa: «di un po', tu che sei un nuclearista convinto. Me lo spieghi perchè c'è questa fregola per riaprire il nucleare in Italia, visto che è una tecnologia in declino in tutto il mondo? C'è la Cina e magari qualche altro Paese sfigato che fa qualcosa, non lo so... ma in occidente è tutto fermo da trent'anni. Chi ha interesse a tirarlo fuori ora, in Italia, a parte i soliti industriali?».
Mi sono limitato a guardarlo e a dirgli «Lascia perdere. L'unica cosa giusta che hai detto è che non sai».

C'è ancora qualcuno convinto che il nucleare in occidente sia in declino. Allora provo a sintetizzarne in poche righe la storia.

Lo sviluppo dell’energia nucleare può essere suddiviso grosso modo in tre grandi periodi:
--  dal 1954 al 1975. In questi anni la potenza nucleare installata è passata da zero a 75.000 MW, con una media di 3.500 nuovi MW in servizio ogni anno
--  dal 1976 al 1988. È il periodo di grande espansione del nucleare: si è passati da 75.000 MW a 300.000 MW, con una media di 17.000 nuovi MW in servizio ogni anno
--  dal 1989 al 2008. La potenza complessiva è passata da 300.000 MW a 372.000 MW, con una media di circa 4.000 MW aggiuntivi l’anno, tra nuova potenza e up-grading di impianti esistenti.

È inoltre interessante osservare che l’energia elettronucleare prodotta ha avuto un tasso di crescita superiore a quello della potenza installata, grazie al miglioramento nell’affidabilità degli impianti, che hanno costantemente aumentato la loro disponibilità programmata (cioè le ore dell'anno in cui hanno prodotto energia). Nel secondo periodo (1976-1988) la potenza installata è infatti aumentata di circa il 300%, mentre la generazione elettrica annua è passata dai circa 400 miliardi di kWh del 1976 ai 1.800 miliardi di kWh del 1988 (+350%). Nel terzo periodo (1989 – 1988) la potenza installata è aumentata del 24%, mentre l’energia generata è passata da 1.800 miliardi di kWh a 2.610 miliardi di kWh (+ 45%).

É vero che i dati esposti registrano negli anni più recenti una notevole riduzione della nuova potenza media annua rispetto al periodo di maggiore espansione. Tuttavia il rallentamento nella costruzione di nuovi impianti non può essere attribuito ad un ripensamento sull’uso della fonte nucleare, quanto al fatto che i Paesi occidentali avevano completato i programmi che si erano prefissati negli anni ’70 e ‘80, raggiungendo il mix di generazione elettrica ritenuto ottimale per proprie esigenze. Poi, il crollo del prezzo del petrolio registrato dalla metà degli anni ’80 (che per 15 anni, fino al 1999, si è mantenuto su livelli bassissimi) ha reso economicamente poco conveniente investire nelle tecnologie energetiche che prevedono rilevanti investimenti iniziali, cosa che ha riguardato il nucleare, ma anche tutte le nuove fonti rinnovabili, che, infatti, fino al 2000 sono rimaste ferme ai nastri di partenza.
Ma a partire dal 2001, a fronte del notevole incremento del costo dei combustibili fossili, si è tornato a definire nuovi piani di espansione del nucleare non solo nei Paesi in via di sviluppo, ma anche negli USA e in molti Paesi europei.
Attualmente (dicembre 2009) nel mondo vi sono 56 centrali nucleari in costruzione per un totale di 51.700 MW (fonte: European Nuclear Society). La maggior parte è nei Paesi asiatici (20 in Cina, 6 nella Corea del sud e 5 in India) ma ve ne sono ben 17 in Europa (6 nella UE, 9 in Russia e 2 nell'Ucraina). Anche glki USA stanno ricominciando, anche se, per ora, i lavori sono iniziati solo per una centrale.

Oltre a queste centrali effettivamente in costruzione vi sono poi altre 130 centrali pianificate, per circa 142.800 MW. E si noti che "pianificate", in gergo tecnico, non vuol dire centrali di cui genericamente si parla, bensì progetti presentati di cui si è programmato l'inizio dei lavori entro i prossimi 2-4 anni.

Infine va ricordato che in occidente il business del momento è nel ripotenziamento e nell'allungamento (in genere per altri 20 anni circa) della vita delle centrali in servizio. Cosa che sta creando una gran giro di affari in quasi tutti i Paesi che si avvalgono dell'energia elettronucleare.

A me non sembra proprio un'industria in declino. A voi?

giovedì 21 gennaio 2010

Anche due reattori nucleari in soccorso dei terremotati di Haiti


Poco più di 100 anni fa, nel 1908, un altro terremoto seppellì sotto le macerie più o meno lo stesso numero di persone (da 80 a 100.000) del terremoto di Haiti. I primi soccorritori arrivarono a bordo di un incrociatore e due corrazzate russe. Navi che andavano a carbone, poi utilizzato anche per riscaldare la gente, visto che era il 28 dicembre e il sisma aveva colpito nel sonno, sicché gran parte dei superstiti erano seminudi.


Se quelle navi fossero state a propulsione nucleare, chissà se Greenpeace avrebbe protestato per la loro presenza nel porto di Messina. Immagino di no. Ma forse ci vuole giusto un terremoto per fare accettare a Greenpeace un paio di reattori nucleari sotto casa (in Italia, altrove quelli di Greenpeace sono un po’ più possibilisti).
Ad Haiti, ovviamente, nessuno ha protestato per l’arrivo della portaerei Carl Vinson, e tanto meno per i suoi due reattori nucleari. Non perché gli hanno consentito di arrivare di fronte a Port-au-Prince alla velocità di 30 nodi con rifornimenti, un ospedale da campo ed elicotteri, ma perché i suoi reattori nucleari hanno permesso di offrire alla popolazione terremotata il bene in questo momento più prezioso: acqua potabile. I due reattori utilizzati per la propulsione della nave sono infatti in grado di desalinizzare l'acqua di mare per una quantità che può arrivare fino a 1,5 milioni di litri al giorno. Che davvero non è poco: quanto basta per far bere a sazietà 700.000 persone.

La desalinizzazione dell'acqua marina è uno degli usi più promettenti dell'energia nucleare dopo la produzione di energia. La tecnica è ormai consolidata in India, Giappone e Kazakistan, ma altri Paesi, come per esempio la Giordania e la Libia, che soffrono di una cronica scarsità d'acqua dolce, stanno progettando centrali nucleari anche per questo motivo.

lunedì 18 gennaio 2010

Chi rema contro il nucleare, nel mare di gas?


Uno dei maggiori esperti italiani di energia, Giovanbattista Zorzoli (nella foto), ha pubblicato un paio di giorni fa sulla Staffetta Quotidiana (una agenzia di informazione specializzata in energia, necessariamente letta solo dagli operatori di settore, dato il costo di abbonamento) un commento dal titolo “Chi rema contro il nucleare”. Nel quale illustra con efficacia quanto pesantemente il settore elettrico nazionale sia sbilanciato sul gas: nel 2013 ci saranno in Italia non meno di 213 centrali a ciclo combinato a gas per una potenza complessiva di circa 50.000 MW, e questo in presenza di una domanda di picco che è poco superiore ai 55.000 MW. Impianti che non possono funzionare a piena potenza, perché non si saprebbe cosa fare dell’energia prodotta. E infatti nel 2008 i cicli combinati in esercizio hanno funzionato solo per 4.000 ore (meno del 50% delle 8.760 ore dell’anno), crollando poi sotto le 3.000 ore nel 2009.

Nel frattempo, per esigenze di diversificazione degli approvvigionamenti, si stanno realizzando impianti per la rigassificazione del GNL, che nel 2015 saranno in grado di rendere disponibile una ulteriore quantità di gas di circa 40 miliardi di metri cubi (ben più dei 34 miliardi di metri cubi bruciati dai cicli combinati nel 2008).
Inoltre si stanno realizzando un gran numero di impianti a fonti rinnovabili, per potenze che non sono eclatanti, ma che comunque incidono, visto che la produzione rinnovabile ha la precedenza su tutte le altre e che, quindi, ogni kWh verde immesso in rete va a togliere una pari quantità di kWh a gas.
Ma lo stesso discorso delle rinnovabili vale per l’eventuale produzione nucleare: una volta realizzate le centrali (cioè risolto il problema dell’investimento iniziale) il kWh nucleare verrà prodotto con spese irrisorie rispetto al kWh a gas. E quindi sarebbe assurdo non immettere in rete un kWh che viene poi (ripetiamo, dopo l’investimento iniziale) prodotto a costi bassissimi.

Stando così le cose, afferma Zorzoli, «non è azzardato ipotizzare sorde, ma non per questo meno efficaci, resistenze al nucleare da parte di un'importante frazione del mondo industriale italiano, che per altro già si sono manifestate con i tentativi di mettere il bastone fra le ruote ai meccanismi che garantiscono lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Dove però, oltre che sulla capacità di reazione interna, come in altri casi si può contare sui vincoli che ci impone l'Europa. Non è così per il nucleare. A maggior conforto di queste analisi, sono andato a rileggermi le vecchie carte che conservo sulle vicende del primo nucleare. Sarà un caso, ma l'accentuazione e l'allargamento delle proteste contro il programma nucleare di allora si sono avuti nei primi anni '80 (cioè molti anni prima del referendum che nel 1987 ci fece uscire dal nucleare, n.d.r.), in coincidenza con l'avvio della realizzazione del gasdotto Algeria-Italia».

A commento posso solo aggiungere che capisco il punto di vista degli operatori del gas. Con la liberalizzazione del mercato è caduta ogni tentativo di pianificazione energetica, con la quale si sarebbe potuto tentare di diversificare le fonti di energia e i Paesi di provenienza, nonchè pianificare una ordinata realizzazione di nuovi impianti in funzione delle aree di consumo e della rete. Si è invece consentito a chiunque fosse in grado di speculare sulle opportunità finanziarie offerte dalla debole struttura energetica italiana. Con il risultato che si sono realizzate solo centrali a gas, cioè quelle più funzionali agli investori, perchè a minore intensità di capitale iniziale e con minori tempi di realizzazione (anche la speculazione ha le sue esigenze!). Peccato che siano anche quelle più costose, in termini di energia da pagare in bolletta. Ma se io avessi investito centinaia di milioni con l’obiettivo di lucrosi guadagni entro pochi anni, beh! confesso che mi seccherebbe alquanto se ora mi vedessi sacrificato in favore di altre fonti di energia più convenienti, più sicure nel medio-lungo termine e senza emissioni di CO2.

Ma allora occorre anche chiedersi se è un dovere sacrificarsi per l’interesse di chi ha speculato sul gas, o se non sia invece il caso di pensare al bene comune.
Se si preferisce l'interesse nazionale, è proprio questo il momento di investire sul nucleare. Perché i prezzi del petrolio e del gas stanno già tornando a salire e saliranno molto nei prossimi anni, perché le fonti rinnovabili sono necessarie ma anche costosissime e perché il gas non è eterno.
Nella sostanza è prevedibile che la situazione energetica internazionale rimanga sotto controllo (seppure a costi via via crescenti) per una decina di anni. Che è giusto il tempo che ci rimane per diversificare il nostro mix energetico e impostare un sistema elettrico che tenga conto anche dei costi, della sicurezza delle forniture e della necessità di ridurre le emissioni. E, fortunatamente, è anche giusto il tempo necessario per realizzare le nuove centrali nucleari, oltre che iniziare a ridurre i costi delle fonti rinnovabili.

giovedì 14 gennaio 2010

Abitare vicino alle centrali nucleari riduce il rischio di leucemia nei bambini

L’articolo pubblicato ieri da Repubblica sui presunti rischi per la salute di bambini che vivono presso centrali nucleari (La centrale come vicino di casa: pericolo leucemia per i bambini) mi ha lasciato stupefatto.
Non tanto per la tesi, che è l’ennesima panzana ideologica, buttata lì con la speranza di farne una mezza verità. Quanto perché a “buttarla lì” è un giornale tra i più importanti, e che – per quanto mi riguarda - è anche il mio giornale preferito. E lo è perché credo che, in generale, sia tra i più indipendenti e seri. Ma non per l'informazione sull’energia (e sul nucleare in particolare), che a mio avviso può definirsi con un solo nome: informazione ideologica, come il caso dell’articolo sopra citato sembra dimostrare.

Intanto l’impaginazione. Una intera pagina con abbondanza di illustrazioni, il che, per chi sa qualcosa di informazione, la dice lunga sul risalto che si intendeva dare alla cosa. Inoltre l’autore (Francesco Bottaccioli) è presentato con un bell’asterisco che rimanda alla sua carica, tanto per chiarire che si tratta di una persona autorevole. In radioprotezione? Macché, Bottaccioli, riporta Repubblica, è “Presidente onorario della Società italiana di psiconeuroendocrinoimmunologia”. Con un nome simile deve essere per forza una cosa seria, e, per quanto ne so, può anche essere: non ho alcuna competenza in materia. Ma confesso anche che, consultando il sito della società, qualche perplessità mi rimane: «La psiconeuroendocrinoimmunologia – si legge sul sito della PNEI - studia l’organismo umano nella sua interezza e nel suo fondamentale rapporto con l’ambiente, nell’accezione più vasta del termine. Con la PNEI si afferma, pertanto, una visione olistica, scientificamente fondata, della medicina, che consente il dialogo e il recupero di tradizioni mediche antiche e non convenzionali che si prestano alla verifica scientifica, nel quadro di una medicina integrata, di una nuova, superiore, sintesi medica».

Poi i contenuti. Che ovviamente sono di responsabilità del Bottaccioli. Ma sbaglio se penso che pubblicandoli così, con tale risalto, senza una sola parola di cautela, Repubblica li avalli?

Sulle tecnologie energetiche mi aspetteri che proprio Repubblica (prima o poi) si decida ad avviare un dibattito serio sull’energia nucleare. Nell'unico senso che credo debba interessare un grande giornale di informazione che  intenda contribuire all’evoluzione di un Paese democratico, industrializzato, in evoluzione e che compete in una economia di mercato. Un giornale che pertanto si preoccupi di dare, anche sul nucleare, una informazione:
-- critica, che è alla base della democrazia (confronto tra posizioni diverse e verifica che tali posizioni si basino su dati di fatto e non su preconcetti)
-- che tenga conto delle evoluzioni delle tecnologie (anche in rapporto alle esigenze tecnologiche della società e del suo sistema produttivo)
-- che valuti la prevedibile evoluzione sociale (ad esempio sui consumi di energia in termini quantitativi e qualitativi)
-- e che tenga presente i costi e i fattori di competitività (non mi stancherò mai di ricordare che, secondo i dati ufficiali della UE e dell’OCSE, l’industria italiana paga l’energia elettrica dal 30 al 50% in più delle industrie dei Paesi con cui vorrebbe competere).

Magari, da un simile impegno informativo, non verrebbero solo dati a favore del nucleare. Ma, certo, continuare a dare solo informazioni prevenute e di parte non aiuta.

Con lo stesso metodo usato da Repubblica, potrei tranquillamente scrivere un articolo che titola: “Abitare vicino alle centrali nucleari riduce il rischio di leucemia nei bambini”. E avrei un mare di dati a sostegni. Ad esempio: in Italia non ci sono centrali nucleari, eppure è noto che il tasso di tumori e leucemie infantili sia da noi superiore a quello di tutti gli altri Paesi industrializzati ( vedi qui oppure vedi qui la tabella nella prima pagina). Una percentuale molto superiore alla media di Francia, Germania, Gran Bretagna, Svezia e Spagna, che nel nucleare ci sguazzano. Ergo: è evidente che la vicinanza alle centrali elettronucleari, relativamente ai tumori, fa bene alla salute.

Un simile modo di ragionare sarebbe idiota, anche se un buontempone potrebbe affermare che è basato su dati di fatto. L’articolo di Bottaccioli pubblicato da Repubblica certamente idiota non è, però non scientifico e male informato sì.

Non scientifico perché tenta di dimostrare qualcosa per partito preso, basandosi su una causa ignota. Tra l’altro Bottaccioli sa benissimo (lo scrive pure!) che lo studio da lui citato non dice che presso i siti nucleari tedeschi si registra un maggior tasso di leucemia dovuto alle centrali. Dice invece che non se ne conoscono le cause. Che non è la stessa cosa (e infatti sono state ipotizzate anche cause che nulla hanno a che vedere con il nucleare).

Male informato, perché non sa che lo studio BfS da lui citato afferma (a pagina 16, paragrafo “Attributable Risks”, vedi il link sotto): «This means that under the model assumptions, 29 of the 13,373 cases diagnosed with cancer at less than 5 years of age from 1980 to 2003 in Germany, i.e. 1.2 cases per year, could be attributed to living within the 5-km area of a German NPP». Ossia si parla di 29 casi su 13.373. E una incidenza dello 0,22%, in statistica, non vuol dire niente. E infatti poco dopo lo stesso studio aggiunge: «These estimates are rather inconclusive because they are based on a very small number of cases». Cioè il numero di casi è talmente basso che i relatori dello studio non ci credono loro per primi.

E soprattutto Bottaccioli ignora che, a seguito dello studio del BsF, il Ministero dell’Ambiente tedesco ha commissionato uno studio di verifica alla Commissione nazionale di Protezione Radiologica, la quale è stata categorica nell'affermare che non esiste alcuna evidenza su quanto affermato nello studio BfS. Tant'è che il Governo tedesco si è guardato bene dallo sgombrare bambini d'intorno alle centrali. Ha invece fatto quello che tutti gli chiedevano di fare. Cioè niente, a parte confermare la fiducia nella sicurezza delle centrali, di cui ha recentemente annunciato l'allungamento della vita per altri 20 anni.

Preciso che non sapevo nulla dello studio citato da Bottaccioli prima di leggere l’articolo di Repubblica. Ci ho messo meno di 15 minuti a rintracciare su Internet lo studio in questione, e, nel farlo, a venire quasi automaticamente a conoscenza del successivo studio del Ministero dell’Ambiente tedesco che lo smentisce, oltre ad una decina di articoli di autorevoli radio-protezionisti che spiegano come e perché quello studio non porti ad alcuna conclusione che riguardi le attività elettronucleari. 15 minuti per rintracciare i documenti e un paio d’ore per studiarli. Io sono certamente di una abilità mostruosa, ma, cercando bene, forse, magari anche a Repubblica c'è qualcuno che con un po’ di buona volontà avrebbe potuto fare lo stesso. Se fossero stati interessati a informare, anziché a comunicare idee preconcette.

-- Lo studio dello BfS tedesco citato da Bottaccioli

-- Lo studio del Ministero dell’ambiente tedesco che lo smentisce

venerdì 8 gennaio 2010

Il vero peso delle politiche energetiche

L’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) non si stanca di ripetere che la questione energetica è, a livello mondiale, allarmante. Molto più – precisa – di quanto l’opinione pubblica stia percependo. E aggiunge che non ci sono soluzioni tra cui scegliere: c’è una sola soluzione, cioè il ricorso a tutte, ma proprio tutte le opzioni possibili.
Qualunque scenario si voglia immaginare, comunque si girino le cose, nei prossimi anni assisteremo ad un incremento molto forte dell’uso dei combustibili fossili e, in particolare, dei consumi di carbone, in un quadro che vedrà la domanda energetica mondiale crescere di almeno il 40% entro il 2030.
Non so quanto questo semplice concetto sia presente all’opinione pubblica italiana, o quanto meno a quella parte di opinione pubblica che continua a gingillarsi con l’idea che si possa fare a meno del nucleare, che si debba puntare solo sulle fonti rinnovabili o che la nostra principale fonte di energia debba essere il risparmio e l’efficienza energetica.

La realtà mondiale è un’altra, come ben sanno Paesi quali la Germania o la Danimarca (per citarne solo due molto cari agli antinucleari italiani), che si danno certamente da fare sulle fonti rinnovabili, ma che coprono quasi l’80 % della propria domanda elettrica con il carbone (la Danimarca) o con il carbone e il nucleare (la Germania, per il 50% con il carbone e il 29% con il nucleare).

La realtà mondiale è data anche dal reale peso politico delle scelte energetiche europee. Un peso che, seppur indirettamente, è stato molto efficacemente evidenziato dal Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, la quale, commentando il fallimento del summit di Copenaghen, ha detto senza mezzi termini: «mesi e mesi di trattative sono stati vanificati dal G2, cioè dall'accordo tra USA e Cina i cui presidenti, a un certo punto, si sono visti cinque minuti in albergo e hanno mandato a monte tutto».

È forse opportuno ricordare che nel biennio 2006-2007 la Cina ha messo in servizio 205.000 nuovi MW elettrici, più del doppio dell’intera potenza elettrica realizzata in Italia nell’intero secolo trascorso. E l’80% di quella nuova potenza è stato a carbone: oltre 160.000 MW che hanno emissioni annuali di CO2 pari a quelle di tutte le centrali elettriche (di ogni tipo) dei 27 Paesi UE.

Come pure è opportuno ricordare che l’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 che si è data la UE (meno 20% al 2020) rappresenterà (seppure verrà raggiunto) solo qualche punto percentuale dell’incremento di gas serra che invece si registrerà nel resto del mondo al 2020.

Le fonti rinnovabili forniranno (dovranno fornire ) un importante contributo alla domanda energetica mondiale. Ma non oggi, non tra dieci anni.

Quello che abbiamo oggi è che le nostre industrie non riescono a competere perché pagano l’energia elettrica dal 30 al 50% in più degli altri Paesi europei (dati OCSE confermati dalla UE). L’ultimo caso, di questi giorni, è quello dell’Alcoa (produzione di alluminio) che sta chiudendo gli impianti di Portovesme (Carbonia-Iglesias) e di Fusina (Venezia) per l’unico motivo che paga l’energia elettrica a prezzi giudicati non competitivi. Altri 2.000 lavoratori a spasso che rendono solo un flash tra i tanti - ma questo si, concreto, reale - di quanto pesino le scelte energetiche di un Paese.

sabato 2 gennaio 2010

Il grande contributo alle emissioni di gas serra di un certo ambientalismo

È crescente il numero degli ambientalisti impegnati che si ferma a ragionare sui risultati di decenni di attività ambientalista. Scoprendo una cosa ovvia, e cioè che l’ambiente in cui viviamo è davvero l’unico ambiente in cui può e deve vivere non un astratta umanità, ma questa umanità, composta da quasi 7 miliardi di persone che intendono svilupparsi, muoversi, divertirsi, alimentare il corpo e l’anima in modo adeguato alle proprie individuali esigenze.


Esigenze che, per la quasi totalità di individui, sono molto diverse da quelle auspicate da alcuni illuminati ambientalisti. E che prevedono crescenti consumi di energia.
Non c’è quindi da stupirsi che siano sempre di più gli ambientalisti "doc" convinti che l’energia nucleare sia il modo migliore per soddisfare la domanda mondiale di energia e per  salvaguare l’ambiente.

Mi ha colpito il post pubblicato da Enerblog (Il nucleare può salvare il mondo) con la posizione filo-nucleare di Mark Lynas, un noto ambientalista britannico, esperto di cambiamenti climatici, di cui ho letto il recente 6 gradi: la sconvolgente verità sul riscaldamento globale (tradotto in italiano da Fazi editore).

Quella di Lynas è tutt’altro che una posizione isolata. Apertamente a favore del nucleare si sono infatti dichiarati ambientalisti di rango come Jared M. Diamond (uno degli intellettuali più noti a livello internazionale, autore tra l’altro di Armi, acciaio e malattie – con il quale vinse il Premio Pulitzer nel ’97 – e di Collasso: come le società scelgono il fallimento o il successo), Patrick Moore (uno dei fondatori di Greenpeace), Stewart Brand (tra i più noti ambientalisti americani, si è spinto a prevedere che nei prossimi 10 anni la maggior parte del movimento ambientalista sarà filo-nucleare), Fredd Krupp (di Environmental Defense), Jonathan Lash (del World Resources Institute), James G. Speth (rettore della Scuola di Studi Ambientali di Yale) e molti altri. Senza dimenticare il più famoso di tutti, James Lovelock, che da quando si sta battendo per convincere i giovani ambientalisti che il nucleare è «l’unica opzione oggi possibile per salvare il pianeta» è stato trasformato dal “padre” degli ambientalisti che era (è lui il creatore della teoria di “Gaia”) all’attuale vecchio rincoglionito (espressione riferitami pochi giorni fa da una ambientalista piuttosto nota nel movimento, qui in Italia).

Ciò che più mi ha colpito nella posizione di Lynas è l’affermazione che proprio gli ambientalisti vanno annoverati tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas ad effetto serra. « Le emissioni di anidride carbonica dovute alle attività degli ambientalisti - afferma - hanno un ordine di grandezza che probabilmente si aggira intorno alle centinaia di milioni di tonnellate».

Lynas fa riferimento al fatto che l’opposizione degli ambientalisti ha ridotto o evitato la costruzione di nuove centrali nucleari, ma, così facendo, ha anche incentivato la realizzazione di centrali a fonti fossili, come il gas, nel caso dell’Italia, e soprattutto il carbone, nel resto del mondo.

Il suo è un discorso globale. Tuttavia ha un rilievo davvero particolare per l’Italia, dove la rinuncia la nucleare seguita al referendum ambientalista dell’87 ha portato non solo ad aumentare considerevolmente le emissioni di gas serra, ma anche a sostenere costi ingentissimi (a cominciare dai 5.000 miliardi di lire già spesi per le due centrali nucleari di Montalto di castro, chiuse a lavori avanzati, per non parlare della centrale di Caorso, fermata quando era già in servizio) e ad incrementare la vulnerabilità energetica del Paese.