Ho seguito in TV uno speciale sull’energia nucleare, con un intervento di Ermete Realacci (Legambiente), ovviamente contrario.

Per sostenere la sua posizione antinucleare Realacci snocciola la solita serie di argomentazioni. Io sono favorevole e sono altrettanto pronto a snocciolare la mia solita serie di argomentazioni. Qualcuno convincerà l’altro?
Non ci sono argomentazioni da sostenere, studi e dati da esibire, esperienze da divulgare.
Le posizioni pro o contro il nucleare credo siano impermeabili ai ragionamenti.
Alla fin fine la partita si giocherà tutta sull’emotività.
Ha ragione Berlusconi: non resta che convincere gli italiani, e le televisioni sono il mezzo migliore per farlo. E visto che le televisioni le gestisce lui, possiamo ragionevolmente ipotizzare che
presto gli italiani saranno massicciamente filonucleari.
Non che questo voglia automaticamente dire che, poi, si riesca a realizzare velocemente il programma nucleare. Ma comunque, da filonucleare,
dovrei esserne lieto.
Invece la cosa mi deprime.
E non solo perché ritenga che una battaglia per la riduzione dell’inquinamento e delle emissioni di gas serra, per un sistema energetico più sicuro e competitivo, per un Paese meno dipendente dall’estero e con infrastrutture più efficienti dovrebbe essere – almeno questo – condiviso da tutti, senza distinzioni di parti politiche. Quello che sopra ogni cosa mi deprime è che tutta questa storia, alla fin fine, si sta risolvendo in una
ulteriore, tragica sconfitta della volontà di basare le scelte sulla razionalità, sulla capacità di programmare e agire di conseguenza.
E la cosa non mi sembra una sconfitta solo dal punto di vista energetico. Ma anche da quello più generale delle speranze del Paese. Perchè riesco a capire - ho difficoltà ad accettarlo, ma capisco - che il raziocinio abbia difficoltà a prevalere sull'emotività in questioni che sono in qualche modo legate all'humus sociale in cui si vive e percepite come prevalentemente personali (es: identità culturale e territoriale, percezione della sicurezza individuale, sensibilità etica e morale, solidarietà sociale eccetera). Ma proprio non capisco come si possa
mettere volutamente da parte il raziocinio (o la cultura, se preferite) e si ricorra all'emotività anche per questioni strettamente tecniche, come l’energia.
Al riguardo c’è un’
accusa che viene sovente rivolta agli esperti di energia nucleare, che la dice lunga su tutto ciò. Ed è quella che non sarebbero giudici obiettivi nelle loro scelte energetiche, perché, appunto… esperti di nucleare. E quindi, si dice, non obiettivi, filonucleari per necessità.
È un’accusa vecchia. Veniva fatta anche a gente del calibro di
Edoardo Amaldi negli anni ’70, che, in occasione della Conferenza sulla sicurezza nucleare tenutasi a Venezia nel 1980, così rispose:
«Il punto sorprendente che è venuto fuori è che, nel prendere una decisione sull’energia nucleare, ci si debba guardare dai competenti in quanto possono essere non completamente obiettivi. L’argomento è veramente straordinario, soprattutto se eretto a norma di comportamento di fronte a importanti decisioni: esclusi i competenti restano i meno competenti, cioè gli incompetenti. Al limite, più grave è il problema da affrontare e risolvere e più incompetenti debbono essere le persone maggiormente ascoltate o che si debbano assumere la responsabilità delle decisioni. In qualsiasi Paese del mondo questa sarebbe un’ottima barzelletta, ma, qui da noi, tale orientamento trova chi gli dà voce e trova ascolto da parte di un’ampia fascia dell’opinione pubblica».