mercoledì 30 dicembre 2009

Copenaghen: l’unica buona notizia è stata per il nucleare

Come noto, l’esito della conferenza mondiale sul clima di Copenaghen è stato tutt’altro che esaltante, praticamente da ogni punto di vista. Ma soprattutto - in particolare per le aspettative europee - la mancanza di un accordo vincolante sulle emissioni di gas serra ha lasciato insoddisfatta la maggior parte degli osservatori.

Un passo in avanti è però stato fatto per il nucleare. Nel corso dei negoziati è stata infatti cancellata la proposta di escludere l’energia nucleare dalle tecnologie adottabili dai singoli Paesi per ridurre le emissioni di CO2.
Di conseguenza i Paesi in via di sviluppo possono ora includere la realizzazione di progetti elettronucleari nella lista di iniziative contro il riscaldamento globale da inviare alla United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC).

Il passo successivo dovrebbe essere l’inclusione dell’energia nucleare nei meccanismi flessibili previsti per la fase 2 (post 2012) del protocollo di Kyoto. Cioè i “Meccanismi di sviluppo pulito” (CDM – Clean Development Mechanism) e quelli di “Impegno congiunto” (JI – Joint Implementation).
Le decisioni al riguardo sono state rinviate alle riunioni successive, previste a Bonn il prossimo giugno e, soprattutto, a Città del Messico, dove si terrà il nuovo summit mondiale sul clima nel dicembre 2010.

domenica 27 dicembre 2009

Le risorse di uranio: un esempio di disinformazione

Tra le tante, l’argomentazione più assurda che si sente ripetere contro il ricorso all’energia nucleare è quella relativa alla durata delle risorse di uranio. Che, secondo gli oppositori, si esauriranno nel giro di una trentina di anni.

 Si tratta di una di quelle argomentazioni molto tecniche su cui i non addetti ai lavori devono necessariamente affidarsi ai cosiddetti esperti. E che però, in tal senso, è emblematica del livello di disinformazione che c’è sul nucleare in Italia. Perché si possono dare informazioni sbagliate in buona fede. Ma quando a dare informazioni assurde è, ad esempio, un geologo (cioè esattamente il tipo di professionista che dovrebbe avere conoscenze esatte sull’argomento) allora come si fa a pensare che sia in buona fede? Mi riferisco, tanto per non fare nomi, a Mario Tozzi, geologo di fama televisiva, che dice e scrive con molta convinzione che le riserve di uranio si esauriranno entro i prossimi 30 anni circa.

L'uranio è un elemento chimico molto diffuso in natura: in percentuali minime è presente praticamente in tutte le rocce ed anche nell’acqua di mare. Essendo così diffuso, teoricamente le riserve di uranio sono molto elevate: quelle note sono stimate ad alcune decine di milioni di tonnellate (acqua di mare esclusa, dove è estremamente diluito, ma complessivamente in quantità tali da poter essere considerate illimitate, per gli usi umani ).
Tuttavia solo una parte è recuperabile a costi oggi considerati convenienti (fino a 130 dollari/kg); tale aliquota costituisce le riserve attualmente accertate, pari a circa 5,5 milioni di tonnellate. Un quantitativo che equivale a 125 anni della produzione mondiale 2008, che è stata di 44.250 tonnellate (tutti i dati sono tratti dall’Annual Report 2008 dell’ESA - Euratom Supply Agency).

Ma, in realtà, il calcolo delle riserve di uranio è quasi un gioco di parole. Basta infatti aumentare il parametro economico e le riserve aumentano. Cosa peraltro possibilissima, poiché (contrariamente alle centrali termoelettriche, dove il prezzo del combustibile costituisce di gran lunga la voce principale del costo dell’energia prodotta, fino al 75% nel caso del gas), per la produzione elettronucleare il combustibile incide per meno del 10% sul costo finale dell’elettricità prodotta. Se quindi il prezzo dell’uranio raddoppiasse, il costo del kWh nucleare aumenterebbe di circa il 10% (se invece raddoppiasse il prezzo dei combustibili fossili, i costi finali aumenterebbero del 45% nel caso del carbone e del 75% nel caso del gas).

Allora, ci sono riserve di uranio recuperabili a più di 130 dollari/kg? Ovviamente si, e ingenti. Quelle potenziali ad un prezzo di 200 dollari/kg, ad esempio, sono stimate in circa 35 milioni di tonnellate.
Per dirla tutta, non sappiamo quanto uranio economicamente recuperabile (ai prezzi attuali) ci sia su terra (cioè escluso quello in mare). Secondo l’ESA, tuttavia, possiamo già contare su risorse in grado di coprire per circa 100 anni i consumi di un numero di centrali doppio a quelle oggi in servizio.

Con tutto ciò è però vero che, nell’attuale situazione, occorre fare attenzione a possibili carenze di produzione.
Negli ultimi anni, infatti, per oltre il 40% del combustibile fabbricato non si è utilizzato uranio naturale, bensì risorse secondarie, cioè materiali provenienti dal riprocessamento del combustibile scaricato dalle centrali (cosiddetto “esaurito”, ma comunque ricco dell’isotopo U-235 che si usa per il combustibile) e, soprattutto, materiale proveniente dalle migliaia di testate nucleari in smantellamento (per gli accordi di non-proliferazione successivi alla fine della “guerra fredda”) che hanno reso disponibili notevoli quantità di materiale fissile a prezzi molto bassi. Un materiale (quello derivato dalle bombe) che ovviamente finirà e che dovrà essere sostituito da una accresciuta produzione di minerale naturale.

Per questa ragione, e per il fatto che la potenza elettronucleare nel mondo è stimata crescere, nei prossimi 20 anni, di una percentuale compresa tra il 38% e l’80% rispetto all’attuale, occorre che la produzione di uranio naturale quanto meno raddoppi nello stesso periodo.

Tuttavia, come accennato, la capacità produttiva dipende dalle opportunità di mercato e dai relativi investimenti. E poiché la domanda di minerale è stata nel decennio passato piatta, non ci sono stati adeguati investimenti per la ricerca e lo sviluppo di nuove risorse. In tal senso è possibile che ad una forte crescita della domanda possa temporaneamente non corrispondere una adeguata offerta di uranio. Ma questo non è un problema di riserve, bensì solo di mercato, cui il mercato ha sempre dimostrato di saper far fronte. Nel 2006-2007, ad esempio, il prezzo dell’uranio ha conosciuto un improvviso e forte aumento, poi gradualmente rientrato, ma è stato sufficiente perché l’industria reagisse con importanti investimenti che hanno portato alla scoperta di nuove risorse.

Per finire, ci sono anche altre valutazioni, di tipo strettamente tecnologico, che devono essere fatte. Ad esempio:

1.
  Potrebbero entrare in gioco anche risorse di uranio non convenzionali. Come il minerale contenuto nell’acqua di mare. In Giappone si sta già sperimentando un impianto pilota di produzione dal mare e anche l’India ha recentemente annunciato la costruzione di un impianto sperimentale. In Cina si sta invece lavorando per estrarre l’uranio contenuto nelle ceneri delle centrali a carbone.

2.  I nuovi reattori di III generazione che si stanno iniziando a costruire utilizzano il combustibile con una efficienza maggiore del 15-20% rispetto ai reattori già in servizio. Per non parlare dei reattori di IV generazione, che si prevede entrino in servizio dopo il 2030, i quali potrebbero avere una efficienza di utilizzo del combustibile fino a 80 volte maggiore degli attuali reattori. Il che modificherebbe sostanzialmente le valutazioni sulla disponibilità delle risorse di uranio.

3.  Sono in corso di sviluppo nuove filiere di reattori (veloci autofertilizzanti), nei quali l’efficienza di utilizzo del combustibile sale fino ad un teorico 100% (in teoria, anzi, i reattori autofertilizzanti potrebbero “produrre” più combustibile di quanto ne consumano), senza considerare che tali reattori sfruttano un isotopo dell’uranio (l’U-238), che è 99 volte più abbondante dell’isotopo (U-235) oggi utilizzato.

4.  Infine, per la produzione elettronucleare non c’è solo l’uranio. Ad esempio in India sono già oggi operativi alcuni reattori prototipi che utilizzano torio, un elemento molto più abbondante dell’uranio. L’utilizzo diffuso del torio fornirebbe combustibile per molti secoli, con l’ulteriore vantaggio che il ciclo del torio non consente la realizzazione di materiali utili a fini bellici.

giovedì 24 dicembre 2009

Nucleare, domanda elettrica di base e possibili alternative


L'approvvigionamento, la trasformazione e la distribuzione di energia è una attività di estrema complessità. Anzi, è sicuramente l'attività più complessa che ci sia in una moderna società industrializzata.
È difficile riuscire a rendere la complessità di tale sisitema per i non esperti, e certo è impossibile farlo in poche righe.

Tuttavia, se si rompe la caldaia del gas della nostra abitazione, a nessuno viene in mente di indire un referendum tra i condomini o tra i propri amici per decidere se ripararla e in che modo, oppure se sostituirla. Ci si rivolge invece ad un tecnico, e difficilmente si mettono poi in discussione le sue valutazioni. Al massimo si fa uno sforzo di informazione per verificare se non ci siano proposte alternative di minor costo.
Se invece si parla di tecnologie nucleari, di diversificazione delle fonti di energia, di sviluppo delle rinnovabili, di mercati energetici eccetera, cioè di cose molto complesse che nel loro insieme compongono il sistema di complessità massima, che è appunto quello energetico, allora tutti ci sentiamo in grado di dire la nostra, di proporre e di decidere.

Non dico che sia sbagliato. È il gioco della democrazia, basato sulle scelte della maggioranza, ed è ancora il migliore che conosca. Ma per decidere, per scegliere, occorre conoscere. Occorre informarsi su cause ed effetti, su costi e benefici, su rischi e su opportunità.
Siamo sicuri che questo impegnativo processo di consapevolezza sia in corso nel dibattito sul nucleare in Italia?

Qui voglio proporre una riflessione piuttosto tecnica, ma di grande rilevanza, che mi sforzerò di semplificare al massimo.
Per far funzionare i sistemi elettrici vi sono in servizio un gran numero di grandi centrali di base. Di "base" vuol dire che si tratta di centrali che restano in servizio 24 ore su 24, per garantire appunto la fornitura elettrica basilare, cioè quella minima che viene sempre richiesta sulla rete elettrica per far funzionare anche alle 3 di notte illuminazione e ferrovie, aeroporti ed ospedali, sistemi di refrigerazione e acquedotti, servizi vari e quant'altro. Queste centrali sono tipicamente di grande taglia a carbone, nucleari e, dove è possibile, idrolettriche (solo in Italia, purtroppo, anche a gas) e non possono essere alimentate da alcune fonti rinnovabili, come il vento o il sole, perchè è opportuno che producano energia al minor costo possibile ed è indispensabile che restino in servizio giorno e notte, con o senza vento.
Si distinguono pertanto dalle centrali "di punta" che entrano progresivamente in servizio man mano che la domanda aumenta, fino a coprire i picchi massimi di consumo, che in genere si registrano nelle ore centrali della giornata, e maggiormente d'estate, quando sono al massimo anche i condizionatori. Queste centrali di punta possono essere tutte quelle disponibili nel momento in cui è necessario immettere energia in rete, quindi anche quelle rinnovabili (benchè, tecnicamente parlando si dovrebbe dire: tutte quelle più convenienti disponibili nel momento di necessità).
In Europa (tutta l'Europa, non solo la UE, Russia compresa) vi sono circa 500.000 MW di centrali di base termoelettriche e nucleari che nei prossimi 20-25 anni dovranno essere messe fuori servizio per raggiunti limiti di età. E che quindi dovranno essere sostituite da nuove centrali per una potenza equivalente (senza qui considerare l’ulteriore potenza necessaria a soddisfare la nuova domanda, che, pur in presenza di politiche di risparmio e di efficienza energetica, è prevista in notevole crescita).
500.000 MW in concreto vuol dire 400-500 centrali nucleari o 800 - 900 centrali a carbone.

Chi è convinto che si possa rinunciare al nucleare in Italia dovrebbe anche dire quale alternativa ci sia alla sostituzione di queste centrali. Anche in considerazione dei vincoli di competitività, di sicurezza degli approvvigionamenti, di inquinamento locale e di emissioni di gas serra che sono già forti oggi e che saranno di anno in anno crescenti.

Ovviamente non è né logico né razionale ipotizzare che tutta questa potenza venga sostituita da nuove centrali nucleari. Ma, poichè in questo caso non si può ricorrere alle fonti rinnovabili, è davvero difficile immaginare un futuro senza un rilevante ruolo anche per il nucleare, che è l’unica fonte che offre grandi potenze unitarie a prezzi competitivi, senza accrescere la dipendenza da altri Paesi , senza emettere alcun tipo di inquinante (ossidi di zolfo e di azoto, polveri, diossine e altri inquinanti chimici) e senza impatto sul clima globale.
Certo, è possibile continuare ad andare a gas come stiamo facendo, sforzandoci di incrementare l'esportazione di pizze napoletane e di attirare più turisti per poter compensare il maggior costo del gas rispetto al nucleare (o al carbone, se preferite). Indubbiamente la maggior esportazione di pizze napoletane (o di passate di pomodoro, di spaghetti surgelati, di mandolini e fisarmoniche artigianali e simili) può consentire di recuperare un po' la minore competitività rispetto agli altri Paesi che utilizzano il nucleare. Certo, è possibile. Ma è saggio?

martedì 22 dicembre 2009

Pregiudizi sul nucleare e disinformazione

Il nucleare è la fonte di energia più pulita e, se si fanno correttamente i confronti con le altre fonti, anche la più economica. Lo scrive un recente articolo del Los Angeles Times, secondo il quale le opinioni contrarie all’energia nucleare sono conseguenza della diffusa ignoranza in materia.

«Sono frustrato e annoiato dalla mancanza di conoscenza sull’energia nucleare in questo Paese - afferma l'autore dell'articolo, ingegnere aerospaziale della Nasa - e dalla perpetuazione di questa ignoranza da parte di soggetti bene intenzionati ma ugualmente disinformati.La gente ha paura di quello che non capisce. Le questioni sull’energia nucleare non sono tecniche, ma sociali e politiche. La maggior parte delle questioni tecniche sono state risolte negli anni Sessanta, e oggi gli ingegneri che lavorano nel settore hanno un’ottima padronanza di questa tecnologia. Eppure mancano gli sforzi per educare il pubblico, e questo porta alla pericolosa perpetuazione della disinformazione». Eppure «il numero dei reattori nucleari al mondo salirà dagli attuali 435 in 31 Paesi a 697 reattori in 52 Paesi entro il 2030. Il nucleare resterà una fonte di energia elettrica per ancora molto tempo, almeno nei Paesi più illuminati».

E le rinnovabili? «È giusto puntare con entusiasmo sulle fonti rinnovabili - afferma l'articolo del Los Angeles Time -  ma non è realistico aspettarsi che la loro capacità arrivi nell’arco della nostra vita al punto in cui saranno sufficienti per il fabbisogno di elettricità».

lunedì 21 dicembre 2009

Il fotovoltaico è necessario. Ma si sappia e si dica che non può ridurre le bollette. Anzi

In Italia il fotovoltaico ha raggiunto i 1.000 MW di potenza installati. Un obiettivo indubbiamente importante per l’industria di settore. Si tratta infatti di una tecnologia che dovrà svolgere un ruolo determinante per un futuro energetico a ridotte emissioni di CO2, soprattutto se la ricerca – come in realtà promette – ne ridurrà sostanzialmente i costi e continuerà ad accrescerne la flessibilità d’uso.

Tuttavia, allo stato attuale, è bene fare qualche puntualizzazione, perché l’entusiasmo per il sole a volte sembra produrre dei “colpi di sole” in grado di annebbiare le capacità di ragionamento di alcuni.

Ad esempio leggo solo oggi un articolo del Sole 24 Ore del 23 novembre in cui tal Marco Pinetti, organizzatore della manifestazione EnerSolar+ e Greenenergy Expo (tenutesi alla Fiera di Milano a fine novembre) enfatizza l’obiettivo del GW (gigawatt = 1.000 MW) raggiunto dal fotovoltaico.
«Ma perché è così importante aver raggiunto questo obiettivo?» chiede il Sole 24 Ore.
E Pinetti testualmente risponde: «Il GW è in media la potenza di una centrale nucleare, ma nel caso del fotovoltaico l’energia è pulita perché generata dal sole ed è a costo zero».
A costo zero?

Le rinnovabili sono necessarie
e senz’altro devono poter contribuire a soddisfare (in parte significativa, si spera) la domanda mondiale di energia. Ma si sappia e si dica che non potranno assolutamente ridurre le bollette delle famiglie e delle imprese. Semmai è proprio il contrario.

Quanto ci costa il fotovoltaico in Italia? Lasciamo le valutazioni personali e diamo la parola ai documenti ufficiali, in questo caso all’Autorità per l’energia.
«Per quanto concerne la valutazione dell’impatto sui clienti finali del sistema di incentivazione della produzione fotovoltaica – afferma l’Authority nel documento “Sistema delle incentivazioni delle rinnovabili ed assimilate operante in Italia” dell’11 febbraio 2009 - detto onere è stato pari, nel 2008, a circa 110 milioni di euro ed è stato stimato, a regime (vale a dire nel caso previsto di 1.200 MW installati entro il 2010), in circa 1 miliardo di euro/anno per un totale di 20 miliardi di euro in 20 anni; ciò a fronte di una produzione attesa inferiore allo 0,5% della domanda nazionale».

Non so se sono chiare le implicazioni di questi dati.Quindi consentitemi di precisare:

1)
 i 20 miliardi di euro nei prossimi 20 anni di cui parla l’Autorità non è il costo del fotovoltaico che installeremo in futuro, ma solo la spesa per incentivare i primi 1.200 MW che abbiamo quasi installato. A questo costo di incentivazione vanno aggiunte le spese sostenute per realizzarlo, il fotovoltaico, pari a oltre 7 miliardi di euro per i 1.200 MW finora installati.

2)  Poi c’è il costo dell’incentivazione dei MW fotovoltaici futuri. Che ovviamente va a salire. Nello stesso documento l’Autorità dichiara che l’incentivazione relativa al solo fotovoltaico ammonterà nel 2020 a oltre 3,5 miliardi di euro l’anno, in cambio di una produzione di circa 10 miliardi di kWh elettrici l’anno. Cui, anche in questo caso, devono essere sommati i costi di installazione

3)  Solo che per produrre 10 miliardi di kWh il fotovoltaico ha bisogno di almeno 6.500 MW di potenza, cioè 5.300 MW oltre i 1.200 già installati. Per la cui installazione sono necessari circa 35 miliardi di euro.

Alla faccia dei costi zero.
Vogliamo fare un confronto? Una centrale nucleare del tipo EPR, di quelle proposte da Enel, ha una potenza di 1.600 MW, costa dai 4 ai 5 miliardi di euro e produce oltre 12 miliardi di kWh elettrici l’anno.

Quindi, se installassimo 6.500 MW non con il fotovoltaico, ma con il nucleare, avremmo:
--  una spesa una tantum di 20 miliardi di euro al massimo (contro gli oltre 40 del fotovoltaico)
-- una generazione elettrica di oltre 50 miliardi di kWh l’anno (contro 10 del fotovoltaico)
-- un risparmio in mancati incentivi di 3,5 miliardi di euro l’anno.

Le cifre riportate si basano sul mercato 2009. La ricerca è molto attiva per ridurre i costi del fotovoltaico e aumentarne l’efficienza ed è sicuro che nei prossimi anni si avranno sensibili miglioramenti in tal senso. Tuttavia, ad essere molto ottimisti, entro il 2020 si può ipotizzare una riduzione del 50% sui costi dell’installato ed un aumento di efficienza di qualche punto percentuale. Il che porterebbe in parità la spesa del capitale iniziale, ma lascerebbe praticamente intatto il fatto che, a parità di costo, la produzione nucleare è cinque volte maggiore, senza spese per incentivi.

sabato 19 dicembre 2009

La Cina si impegna per il clima, e costruisce 100 centrali nucleari

La Cina ha annunciato che intende costruire 10 centrali nucleari l’anno nei prossimi dieci anni. 100 centrali da qui al 2020.

Attualmente in Cina sono in servizio 11 centrali nucleari, e se ne stanno costruendo altre 12, tutte da circa 1.000 MW di potenza.

In numero, le nuove centrali annunciate sono pari al triplo di tutte quelle oggi in costruzione nel resto del mondo, o, se preferite, allo stesso numero di centrali nucleari programmate nel resto del mondo (circa 100) oltre a quelle già in costruzione.

La cosa può fare impressione, ma i numeri cinesi sono “grandi” solo dal nostro punto di vista. Qui in occidente una centrale eolica da 200 MW è una centrale gigantesca; in Cina si costruiscono centrali eoliche da 20.000 MW. Da noi una centrale idroelettrica da 180 MW è una grande centrale; quella più grande cinese di MW ne ha più di 18.000. In Italia dall’inizio dell’elettrificazione (fine ‘800) a oggi, sono stati installati un po’ più di 100.000 MW elettrici; in Cina questa potenza viene installata ogni anno. Nel 2006, ad esempio - cito a memoria questo anno perché lo ricordo bene, ma altrettanto vale per il 2007 e 2008 – i cinesi hanno installato 105.000 nuovi MW, per l’80% a carbone.

Va comunque detto che 100 centrali nucleari in 10 anni non sono una novità. Altrettanto fecero gli USA negli anni ’70.
Viene piuttosto da chiedersi se i cinesi siano impazziti. Come noto (noto a quanti in Italia si oppongono al nucleare, visto che danno il dato per scontato, anche se non so bene su quali basi) il nucleare è infatti antieconomico. In un mondo globalizzato credo sia opportuno farlo sapere anche ai cinesi, che evidentemente stanno sbagliando tutti i loro calcoli. E poi dove prenderanno l’uranio, che (come pure è ben noto agli antinucleari italiani) è in via di esaurimento? Misteri cinesi.

mercoledì 16 dicembre 2009

Copenaghen: documenti per il nucleare da Danimarca e OCSE

Al summit sul clima di Copenaghen i documenti e le posizioni a favore dell'energia nucleare sono stati innumerevoli. Anzi, per la verità non ci risulta che vi sia stata una sola posizioni ufficiale contraria.

Ne segnaliamo due che, per motivi diversi, ci sembrano di particolare interesse.

Il primo è un documento danese: parlando delle tecnologie da adottare contro il riscaldamento globale, cita le “tecnologie ecocompatibili”, aprendo al nucleare. Il piano danese propone un obiettivo ambizioso: il taglio delle emissioni globali di gas serra del 50% entro il 2050, e dell’80% nei Paesi in via di sviluppo. In particolare per i Paesi industrializzati è necessario il ricorso a tutte le opzioni possibili, tra cui, appunto, il nucleare.

Ancora più esplicita è la posizione del secondo documento, prodotto dall’OCSE, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che raccoglie i 30 Paesi maggiormente industrializzati. In un intervento pubblicato sull’OECD Observer Luis Echavarri, presidente dell’Agenzia nucleare dell’OCSE, ha denunciato l’esclusione in passato del nucleare dall’elenco delle fonti ecologiche, e in particolare dai meccanismi di flessibilità di Kyoto: «È arrivato il momento di riconoscere il valore dell’energia nucleare per la riduzione delle emissioni di gas serra nel quadro legale e istituzionale da sviluppare a Copenaghen e oltre».

Echavarri ha avvalorato le sue argomentazioni con una serie di dati: l’energia nucleare finora ha permesso il risparmio di 60 miliardi di tonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera; una futura espansione della capacità nucleare globale da 370 a 1.400 GW, poi, potrà far risparmiare 11 miliardi di tonnellate di anidride carbonica emesse ogni anno. «Queste quantità potranno contribuire massicciamente a raggiungere lo scopo prefissato di riduzione delle emissioni climalteranti» ha concluso Echavarri.

martedì 15 dicembre 2009

Ci vuole coraggio per ridurre le emissioni di gas serra

I consiglieri lombardi Giuseppe Civati (PD) e Carlo Monguzzi (Verdi e democratici) hanno indirizzato una petizione al presidente della Regione chiedendogli di seguire le orme di altre Regioni italiane che hanno fatto ricorso contro la decisione del Governo di rilanciare il nucleare. Sollecitando la giunta lombarda, tra l’altro, ad adottare obiettivi più coraggiosi di riduzione dei gas climalteranti.

Al riguardo, nella petizione vengono date una serie di indicazioni, tutte condivisibili e da perseguire con decisione: modernizzare i processi industriali, rinnovare gli edifici popolari, sviluppare la cogenerazione diffusa, promuovere l’efficienza energetica di tutti gli edifici, cambiare “radicalmente” la mobilità di uomini e merci eccetera. Tutte cose, ripeto, più che condivisibili, anche se certo non realizzabili in tempi propriamente veloci.

Quello che mi sfugge è perché insieme a queste cose non si possa anche fare il nucleare, che peraltro sarebbe proprio il mezzo più coraggiosio ed efficace per ridurre i gas climalteranti.

Devo dire che questo modo di contrapporsi al nucleare è assurdo per il sistema energetico del Paese, e (cosa forse meno importante, ma che mi disturba non poco, da ambientalista e liberal quale sono) anche controproducente sia per l’ambiente, sia per far vincere una sinistra realista e moderna.

Nella petizione vengono date per scontate, come se fossero dogmi di fede, cose che sono palesemente false per chiunque abbia voglia di informarsi un po’.
Vi si legge infatti: «L’energia nucleare è una fonte energetica più costosa di altre, che non ha risolto i problemi dello smaltimento delle scorie. Utilizza l’uranio, una fonte sempre più scarsa, che ci mantiene dipendenti da altri paesi produttori. Un progetto vecchio in partenza, che se avviato non vedrebbe la luce prima di dieci anni, quando il resto del mondo avrà già investito in soluzioni più moderne e meno costose».

Oggi in ufficio, parlando di questa petizione, un collega mi consigliava di smetterla di pensare che la gente sia male informata ma in buona fede. Perché – a suo dire – non è possibile che i consiglieri Civati e Monguzzi ignorino che dire che l’uranio è “sempre più scarso” è una idiozia assoluta, che il nucleare è tra le fonti meno costose (7-8 volte MENO costoso del fotovoltaico, secondo dati dell’Unione Europea, tanto per fare un esempio) e che il resto del mondo stia in realtà investendo un po’ in fonti rinnovabili – poco – e molto in carbone, petrolio, gas e nucleare.
Io invece penso che siano in buona fede, ma ignoranti, nel senso letterale del termine: ignorano perché poco informati.

Riporto un brano tratto da un recentissimo documento dell’International Energy Agency (IEA) sul quale sarei lieto se Civati e Monguzzi riflettessero, sulle cose che vanno fatte oltre a quelle da loro raccomandate.

Dice l’IEA: «Le attuali tendenze sull’approvvigionamento e sull’uso dell’energia sono palesemente insostenibili, da un punto di vista economico, ambientale e sociale. Senza una decisiva azione le emissioni di CO2 cresceranno più del doppio entro il 2050, mentre l’aumento della domanda di petrolio accrescerà le preoccupazioni sulla sicurezza degli approvvigionamenti.
Noi possiamo e dobbiamo cambiare il nostro attuale percorso, realizzando una rivoluzione energetica ove le tecnologie a basso consumo di carbonio dovranno svolgere un ruolo cruciale.
L’efficienza energetica, molti tipi di fonti rinnovabili, la cattura e il sequestro geologico della CO2, l'energia nucleare e nuove tecnologie per il trasporto, sono tutte cose che devono essere diffusamente realizzate se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra». E, aggiunge l’IEA, dobbiamo anche fare in fretta, perché la situazione è molto peggiore di quanto i più sospettino.

Potete leggere la petizione clicando qui

venerdì 11 dicembre 2009

Rubbia, non proprio antinucleare

Il premio Nobel Carlo Rubbia è intervenuto ieri sera a al programma “otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber su La7, precisando il suo pensiero sul nucleare.
Sintetizzando molto, dopo aver chiarito che quello energetico è probabilmente il problema fondamentale dell’umanità, Rubbia si è detto convinto «che ci sono soltanto due fonti di energia che abbiano la capacità di alimentare la domanda di energia di oggi e anche quella di domani. Una è il solare, sia direttamente, sia indirettamente attraverso la biomassa, il vento e altre fonti rinnovabili, e l’altra è il nucleare». Ma, dal punto di vista tecnologico, ha aggiunto, «come credo che non sarà il solare di oggi, anche per il nucleare non sarà quello di oggi». E perciò, da scienziato consapevole, si è lanciato a sostenere l’indispensabile necessità, per l’Italia, di impegnarsi nella ricerca per sviluppare un nucleare del tutto sicuro, che non consenta usi impropri o militari. Cose, ha detto «tecnicamente del tutto fattibili».
E per l’immediato? Rubbia ha testualmente detto: «qualche forma di energia nucleare sarà necessaria».
Tutto ciò fa un po’ giustizia su quanti hanno voluto arruolare Rubbia nel carro degli antinuclearisti. Perché, messa così, la posizione di Rubbia è condivisibile. Eventualmente i dubbi di Rubbia restano sul fatto che si possa rilanciare efficacemente il nucleare in un Paese – per dirla con le sue parole nel corso di una puntata di “Annozero” dello scorso luglio – in un Paese che non riesce a far approvare dalle comunità locali nemmeno la costruzione di un termovalorizzatore.
Nessuno pensa che l’energia nucleare sia la panacea della questione energetica. E tanto meno che non occorra proseguire la ricerca per rendere i reattori più sicuri, efficienti ed economici. Come pure, nessuno dubita che per risolvere i problemi dell’umanità il solare e le altre fonti rinnovabili siano indispensabili.
Ma serve anche il nucleare. Sia perché intanto abbiamo bisogno di molta energia, e quella nucleare è l’unica fonte in grado di produrla nelle quantità e nella qualità necessaria, sia perché è urgente rilanciare un sistema di ricerca verso nuove tecnologie nucleari, cosa che è un tantino difficile da fare astrattamente, senza avere competenze acquisite sul campo e impianti su cui maturare esperienza reale.

Ricerca che peraltro è indispensabile anche per le fonti rinnovabili, come ha opportunamente ricordato Rubbia.
Non dimentichiamo che l’eolico, che è la fonte di maggiore successo, quella di cui vengono annunciate ogni giorno nuove grandi centrali e nuovi progetti, oggi copre solo l’1,5% della domanda elettrica mondiale.

mercoledì 9 dicembre 2009

A noi il deposito nucleare!

Ieri l'altro il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, ha diffuso una supposta lista di siti dove potrebbero essere realizzate le previste centrali nucleari italiane. Che è una notizia niente male, visto che il Governo non ha ancora definito i criteri con cui i siti potranno essere scelti.

Nella lista di Bonelli i siti sono 7. Ma è un fatto che non ci voglia molta fantasia a capire dove potranno essere costruite le centrali. Come spiega molto bene un articolo del Corriere della Sera di oggi,  in Italia, per un motivo o per l’altro, le possibili aree sono una decina o poco più. All’interno delle quali uno può scegliere tra i vari comuni quasi a caso, visto che 10 o 20 km di distanza non è che faccia molta differenza. L’importante però – per Bonelli, immagino – è cominciare a mettere un po’ di paura alla gente, in vista della «mobilitazione democratica delle popolazioni per dire no alle centrali nucleari» annunciata dal comunicato dei Verdi.

La cosa mi fa pensare alla Svezia. E non per il fatto che lassù nel 1980 un referendum stabilì la graduale chiusura entro il 2010 di tutte le 12 centrali nucleari allora in servizio nel Paese. Solo che da allora è stato fermato solo un reattore e per motivi di anzianità, non come conseguenza del referendum. 11 reattori sono ancora in servizio e numerosi recenti sondaggi hanno rivelato che la maggioranza dei cittadini è ora favorevole sia a mantenere gli impianti esistenti, sia, eventualmente, a farne di nuovi. Tanto che il Governo non solo non hai mai più parlato di chiudere alcunchè, ma le scorse settimane ha anche ufficialmente annuciato che è pronto ad autorizzare l'allungamento della vita di progetto prevista per le centrali esistenti.

No. La questione dei siti italiani mi fa pensare alla Svezia per via che il Governo di Oslo ha recentemente stabilito il sito dove realizzare il deposito definitivo dei rifiuti nucleari. Dopo sette anni di riflessioni e dibattiti è stata scelta la cittadina di Osthammar.
Ma – udite udite – per vedersi assegnare il sito, per sette anni la municipalità di Osthammar si è dovuta accanitamente battere contro altre municipalità che il deposito lo avrebbero voluto nel proprio territorio. E in particolare contro la cittadina di Oskarshamn, che fino alla fine ha lottato al grido di “a noi il deposito nucleare”.
Ma forse tutto ciò non conta. Si sa: gli svedesi sono scemi!

lunedì 7 dicembre 2009

Proposta la propulsione nucleare come soluzione ecologica per le navi

La società cinese Cosco, gigante mondiale della navigazione marittima, ha proposto di adottare la propulsione nucleare per le grandi navi portacontainer.
I motori diesel delle navi sono responsabili di circa il 4% delle emissioni di CO2 a livello globale. Con l'obiettivo di ridurre tali emissioni, negli ultimi anni le società armatrici hanno introdotto gradualmente carburanti meno inquinanti e motori più efficienti. Ma non basta. E poiché sono in corso di approvazione vincoli alle emissioni sempre più stringenti, nel corso della China International Maritime Exhibition tenutasi i giorni scorsi a Shanghai, il presidente della Cosco, Wei Jiafu, ha appunto proposto la propulsione nucleare come la soluzione più ecologica.
Del resto si tratta di una tecnologia da oltre 50 anni ampiamente adottata per i sommergibili, ha sottolineato Wei Jiafu, annunciando che la Cosco è già in contatto con le autorità nucleari cinesi per sviluppare modelli di navi a propulsione nucleare.

Effettivamente dai tempi del celebre sommergibile americano Nautilus (1954) ad oggi sono stati varati oltre 400 sommergibili a propulsione nucleare. Non è che i militari largheggino in informazioni, ma stando a Wikipidia attualmente ne sono in servizio 191 (133 USA, 35 Russia 10 Francia, 8 Gran Bretagna e 5 Cina). Inoltre in Russia lavorano tra i ghiacci 9 navi rompighiaccio nucleari (nella foto una di esse, la Yamal), ed è in servizio anche una nave portacontainer a propulsione nucleare (la Sevmorput, varata nel 1988).

Sempre in Russia sono in costruzione le prime centrali nucleari galleggianti, cioè montate su navi. Si tratta di reattori di piccola potenza (35 MW, che è una piccola potenza solo confrontata con quella delle grandi centrali, perché 35 MW sono sufficienti a coprire la domanda elettrica di una città di 150.000 abitanti), la prima coppia dei quali dovrebbe essere completata nel prossimo anno o primi mesi del 2011 al più tardi. E ne seguiranno altre.
E per finire ricordo che in più occasioni sono stati proposti reattori nucleari di piccola taglia destinati alla cogenerazione, dove in questo caso l’interesse maggiore non è per la produzione elettrica, ma per la produzione di calore in zone molto fredde (Canada, Russia, paesi Baltici).

Insomma, mentre da noi si discute se fare o no una centrale nucleare, altrove si sta concretizzando una sorta di nucleare distribuito. In settori tecnologici molto diversi tra di loro, dai quali - ancora una volta - l'Italia rischia di esser tagliata fuori.

venerdì 4 dicembre 2009

Il nucleare e il solare di cui parla Rubbia

La cosa migliore che mi viene di pensare, rileggendo l’intervista pubblicata da Repubblica a Carlo Rubbia venerdì scorso, è che il prof. premio Nobel per la fisica abbia la mente impegnata in fondamentali questioni di ricerca e non faccia molta attenzione al contesto economico e informativo in cui vengono inserite le risposte che dà. Ho riletto quell’intervista proprio per esser certo di averla capita bene. E non c’è dubbio: stringi stringi Rubbia dice proprio che la soluzione ai problemi energetici è nell’energia solare termodinamica.

Capirei se avesse detto “nell’energia solare entro i prossimi 30-40 anni”, precisando che con “solare” intende tutte le tecnologie solari (fotovoltaico, termico attivo e passivo, termodinamico) e facendo seguire questa affermazione da una serie piuttosto lunga di puntualizzazioni: se sostituiremo le attuali reti di distribuzione con innovative reti “intelligenti”; se cambieremo il nostro modo di produrre; se cambieremo drasticamente il modo di consumare e le abitudini di vita; se le tecnologie solari compiranno sostanziali progressi tecnologici per aumentare l’efficienza e ridurre i costi; se nel frattempo i costi delle altre fonti di energia saliranno a livelli non sostenibili eccetera. eccetera.
Non avrei condiviso, ma avrei capito. Invece lui dice proprio che per un Paese come l’Italia «4 o 8 centrali nucleari sono come una rondine in primavera e non risolvono il problema», come invece potrebbe fare il solare termodinamico.

Inoltre, per rafforzare questa affermazione, Rubbia dice anche una serie di altre amenità contro la scelta nucleare. Su queste ultime mi riprometto di tornare con un post specifico.

Qui vorrei solo fare delle brevi considerazioni pratiche a proposito del confronto tra nucleare e solare termodinamico. Pur precisando che ho il massimo rispetto per quest’ultima tecnologia, che effettivamente ritengo possa dare un contributo importante in numerosi Paesi dotati di grandi aree disabitate e con forte insolazione.
In Egitto, ad esempio (dove 77 milioni di abitanti sono concentrati nel 15% del territorio, con il rimanente 85% che è praticamente deserto) è una tecnologia che potrà dare un contributo più che sostanziale.
Ma in Italia?


Le 4 centrali nucleari di cui parla Rubbia (lasciamo perdere l’ipotesi di 8) sono i reattori EPR da 1.600 MW che si pensa di realizzare in Italia. Totale 6.400 MW. Tralasciando ogni discorso sui costi e sulla qualità dell’energia prodotta dalle centrali solari termodinamiche (che peraltro sono argomentazioni fondamentali) sapete qual è l’occupazione di territorio necessaria per generare con il solare termodinamico la stessa energia elettrica prodotta da quelle 4 centrali nucleari?

Una centrale EPR da 1.600 MW produce almeno 11,2 miliardi di kWh l’anno (a dir poco: ho calcolato un fattore di producibilità dell’80%, contro il 92% dichiarato dal progettista). Quindi 4 centrali fanno 6.400 MW di potenza e 44,8 miliardi di kWh prodotti l’anno (che, per inciso, non è affatto poco, altro che rondini in primavera: è quanto basta ad azzerare tutta l’energia elettrica che importiamo dalle centrali nucleari di Francia, Svizzera e Slovenia, pari, più o meno, al 14% della domanda elettrica nazionale).

D’altra parte, per produrre la stessa energia di una centrale nucleare da 1.600 MW occorre installare circa 4.800 MW solari termodinamici (considerando la tecnologia più efficiente). Quindi, per produrre i 44,8 GWh delle 4 centrali nucleari occorrono 19.200 MW. Il che richiede l’installazione di specchi su una superficie di circa 500 km quadrati. Un rettangolo lungo 50 km e largo 10 che non potrebbe essere utilizzato in nessun altro modo. Vogliamo proporlo ai siciliani?

mercoledì 2 dicembre 2009

Un confronto sui costi tra eolico e nucleare

L’Agenzia internazionale per l’Energia (IEA) ha pubblicato in questi giorni la Roadmap sulla tecnologia eolica al 2050, ovvero cosa occorrerebbe fare per ottenere il massimo sviluppo eolico nei prossimi 40 anni.
Secondo l’IEA, impegnandosi davvero molto, da oggi al 2050 si potrebbero realizzare 2 milioni di nuovi MW eolici, necessari a coprire il 12% della domanda elettrica mondiale prevista per quella data.
L’investimento necessario è stimato in circa 3.200 miliardi di dollari, che fa una media di 1,6 milioni di dollari per MW.

Quest’ultima cifra tiene conto degli sviluppi tecnologici e delle economie di scala di cui indubbiamente l’eolico beneficerà, quantificati in minori investimenti per MW installato (rispetto ad oggi) di circa il 23% per gli aerogeneratori a terra e di circa il 38% per quelli in mare.
Ora, condivido il fatto che l’eolico sia necessario, anzi indispensabile. In particolare nei Paesi in via di sviluppo e ovunque non vi siano adeguate infrastrutture elettriche. Il Kenya, tanto per dire (con 31 milioni di abitanti ed una economia che è tra le maggiori dell’intera Africa sub-sahariana) ha attualmente una potenza installata di meno di 1.100 MW, cioè quasi 90 volte meno della potenza installata in Italia, che ha una popolazione solo doppia. Per elettrificare i villaggi kenioti mi sembra decisamente più realistico e preferibile puntare su centraline eoliche (o solari, geotermiche, a biomassa) piuttosto che fantasticare su grandi centrali a gas, a carbone o nucleari.

Ma nei Paesi industrializzati? Qui il problema non è se l’eolico è necessario o meno. Lo è per molte buone ragioni. Tuttavia, tanto per avere le idee chiare sulle scelte da fare, mi sembra comunque importante fare un confronto con i costi del nucleare.

Le centrali nucleari da 1.600 MW che intende costruire l’Enel in Italia hanno un costo previsto in circa 6 miliardi di dollari (4 miliardi di euro). Una cifra che molti considerano ottimistica, per le prime centrali. Ma si tratta di reattori poco più che prototipali, per cui vale anche in questo caso il discorso sull’innovazione e sulle economie di scala fatto dall’IEA per l’eolico. Quindi restiamo fermi a 6 miliardi di dollari (del 2009) per 1.600 MW nucleari, che tutto considerato, come media per i prossimi 40 anni, diventa una cifra non solo realistica, ma probabilmente penalizzante per il nucleare.
6 miliardi di dollari per 1.600 MW fa 3,75 milioni di dollari per MW. Un po’ più del doppio del costo medio calcolato dall’IEA per l’eolico da qui al 2050.
Solo che un MW nucleare produce dalle tre alle quattro volte l’energia prodotta da un MW eolico. Fatevi un po' di conti. Inoltre l'energia elettrica prodotta dal nucleare è anche di qualità incomparabilmente migliore. Una differenza, questa, che forse non vi sembrerà importante così, a parole, ma vi assicuro che il Pc su cui state leggendo non la pensa allo stesso modo. Lui, il Pc, alla qualità dell'energia dà un valore assoluto, perchè da essa dipende la sua vita.

Considerato che ho confrontato le migliori condizioni ipotizzate per l’eolico, con una situazione nucleare ancora penalizzante dal punto di vista economico (poiché,ripeto, i costi sono riferiti a reattori prototipi) direi che queste cifre è bene tenerle presenti, quando si riflette sull’opportunità o meno di tornare anche al nucleare in Italia.

Il vincolo delle reti per lo sviluppo delle rinnovabili

A proposito dell'opportunità di informarsi e di ragionare prima di fare le cose. Siamo tutti d'accordo sulla necessità di sviluppare le fonti rinnovabili, e lo saremmo anche di più se nel frattempo si investisse anche in ricerca sulle rinnovabili, in modo da sfruttare la famosa genialità italiana per aumentarne l'efficienza (delle rinnovabili), individuare soluzioni innovative e ridurre la necessità di importare anche queste tecnologie dall'estero. E comunque abbiamo assunto impegni internazionali molto vincolanti che ci impongono di coprire con le rinnovabili il 17% dei consumi energetici entro il 2020. Siccome oggi siamo appena al 6%, è evidente che occorre darsi da fare.

Però c'è modo e modo. E, a parità di risultato finale, personalmente preferirei dare la priorità al modo più conveniente anche dal punto di vista economico.
Invece ci troviamo nella situazione che, da un lato pone vincoli burocratici, amministrativi e di altro tipo mettendo intralci alle cose più semplici ed efficienti (penso all'idroelettrico e al mini-idroelettrico, alla geotermia, alla biomassa, alla carente volontà di sviluppare il solare termico su larga scala e altro ancora), e d'altro canto si chiede di fare i miracoli dove è più difficile e più costoso.
Ad esempio, ieri , nel corso di un incontro alla fiera Greenenergy Expo di Milano, si è tornato ad insistere sul fatto che chi investe nelle rinnovabili deve avere la certezza che il suo impianto verrà connesso in rete.
Intendiamoci, di per sè il principio è logico e sacrosanto. Quello che non va è che si continuino a realizzare impianti rinnovabili senza un minimo di programmazione, in particolare proprio riguardo alla possibilità della connessione in rete.

E' ben noto che le attuali reti di distribuzione elettrica non sono state fatte per assorbire energia prodotta da un gran numero di piccoli impianti distribuiti sul territorio. Spesso non è che non si voglia, proprio non si può  - per vincoli tecnici, che, in quanto tali, sono tutt'altro che banali - immettere l'energia prodotta in rete. Allora che senso ha prendersela con l'Enel o con le altre società di distribuzione perchè non prelevano l'enegia, se tecnicamente non possono? E non solo perchè l'energia prodotta dai piccoli impianti rinnovabili è di scarsissima qualità dal punto di vista delle reti elettriche (intermittente e non programmabile), ma anche per vincoli sulla quantità dei carichi, che danneggerebbero le reti in modo inaccettabile per la qualità del servizio che pure pretendiamo.
Le cosiddette Smart Grids (reti elettriche intelligenti), che consentiranno indifferentemente di prelevare o immettere in rete l'energia, per ora sono niente più che delle buone intenzioni. Le reti che abbiamo sono ancora fatte per portare l'elettricità dalle centrali all'utente finale, e non viceversa, se non in modeste quantità.


Occorrono molti investimenti e anche molto tempo per adeguare le reti alle mutate esigenze. Cosa che va fatta. Ma intanto invece di chiedere i miracoli cerchiamo di fare il fattibile, che comunque non è poco.

E visto che ci siamo, ricordiamoci anche che (oltre a ridurre i consumi tramite una maggiore efficienza di sistema e il risparmio a livello individuale) il modo migliore per disporre delle quantità di energia di cui abbiamo bisogno, senza emettere CO2, resta pur sempre l'energia nucleare.